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| D'amore
e di sensi ... io ti contavo le mandorle dei denti dischiuse su prati di parole e la menta degli occhi la vaniglia delle mani mentre ballavo l'età dell'amore: io e te al tempo della zolla che riga il gelo quando la gemma apre il ramo che la porta attraversammo solerti e insonni il voto dell'oracolo e la linea del confine. Così il mio fiato, la mia vita uscita da se stessa e viva di altro sangue di altra stregoneria, imparò a librarsi dove titani alati sorreggono la seta degli amanti: io e te disfatti allora in musica, in colori -aria, fantasmi, sogni- acquietammo i cieli turbinosi e l'acqua recalcitrante del nostro speziato fiume e gli argini cedevano e le dighe ribollivano sotto le reciproche dita che posero in altro ordine il mondo: io e te coi sensi desti ma invero inconsapevoli ripiegati, bruciati, infine consumati nel cuore di ogni notte -tutte le notti- fummo ad un passo dall'eternità -vento, afa, tramonto, sisma impetuoso, come ci mutammo, cuore mio?- Prima della fine, prima di cadere, orgogliosi, onnipotenti, del tutto ciechi ci abbagliammo di piegare la sorte. Sfogliami come un fiore, ardimi, ardimi come le stoppie scrollami e disperdimi nelle correnti o in una nube appisolata sul finire del cielo perché voglio mescere i tuoi pensieri nella conca della tua anima di latte e miele quando smetti di esserci. Ecco, indosso un abito di fuoco e lascio fluire i capelli come il sollievo di un ritorno e nell'aria che si fa strada nella mia evanescenza prendimi, perdimi: le ore sono brevi ma l'alba e la notte, pagine contigue, si toccano. Tu che attieni al mio essere come magma e straripi di nostalgie incompiute e domande...domande e lamenti il mio sguardo ossidato dalla distanza taci. Nel culmine della notte che rapprende i pensieri fugace nella taiga consolata delle strade dormienti ascolta ti raggiunge nella vela della notte il languore del mio verso afferra i miei bisbigli nello sgocciolare della brezza e nel tremore di un verso accusato di superbia. Sono dove mi cerchi alla clemenza della luna dentro queste parole. Scroscia il mondo dentro di me. Anche un baco che lucida il suo filo di seta, un marinaio girovago su mari infidi o sonnolenti. Attraverso la sfera di fuoco di ogni respiro animale che ansima e, mio coevo di sangue, mio amore, mi emoziono occupando la stessa zattera intrappolata in una scacchiera di scogli ove da criniere e fessure i gabbiani ci scrutano, all'oscuro che la propria innocenza vale la tregua. Io e te tracciamo la rotta solo per fare qualcosa senza guardarci negli occhi:non reggeremmo allafinzione. Sappiamo dai colori del cielo dell'uragano che si approssima ma non immaginavo una così grande malinconia. Il mio cuore però ha dita multiple per reggerti e un sonno solo accennato per raccogliere ai tuoi piedi l'ululato atterrito unanime quando si spaccherà il mare e Nettuno -o Satana?- avrà la meglio. A quel punto anche Acheronte avrà qualcosa da mostrare: il luogo dove ci si perde, probabilmente. Troppo blando chiamarlo sonno. Lo chiamo nulla. Lo chiamo vuoto assoluto. Lo chiamo quello che è: inconsistenza. Lo chiamo morte...morte. Lo chiamo.... |
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| Fortuna della Porta | ||