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L'ALLORO
L'immensa fulva pira celeste
roteava minacciosa d'in su gli
eterni
abissi e incatenata una rupe
squarciata
subiva i disprezzi d'oceanici
flutti
viscido un urlo d'invisibile
sirena
dell'etra i mortiferi resti
logorava
tu
tempestoso
straniero del tuo paese
tali enormità
tu non curavi
indi la quiete
lento e pacato l'stro della notte
seminava di aurei timidi fiorelli
l'eterne dimore e pei campi
leggero un soffio di silenzio
lambiva misterioso gli abeti
sussurranti
e là
ombra del tempo
rovinasti insicuro
al di là della tua spoglia
cresceva la tua ora e nella bruma
dei sogni immortali cantavano
gli arpeggi possenti della notte
coronando i giardini dei tuoi
ricordi
fantasie indifferenti come ombre
divoravano i tuoi flutti finali
e saltando come lampi le
scogliere
usurpavano le caverne dell'oblio
tu
animo mio
torrente oceanico di passioni
dov'eri?
e la notte languiva
e languivano in te le morte
stagioni
e la corsa degli inutili eventi
e la presente con l'obbrobrio
degli eroi
e la ventura nella pace dei
misteri
e caddero gli imperi
sotto l'onta dei massacri
e popoli e popoli
tra loro s'estirparono
e ressero temuti
dèi e mortali
istituzioni e continenti
e tutto s'innovò
nel baleno dei secoli
e l'inganno e l'onestà
il destino e la virtù
l'infamia e la gloria
come gli astri del giorno
si mossero in perpetua battaglia
e vedesti avanzare in folta
schiera
al di là delle aquile e
dei leoni
del tempo e dell'oblio
impavide
gloriose
consacrate
le fronde sempreverdi de l'Alloro
era la fine
devastata la breccia febbrile
il pugnale della tua speranza si
frantumò
come una meteora senza scia
e le nuvole inghiottivano le
stelle
in una folle contesa
e le avide labbra del mare
brontolavano mordendo le
scogliere
e le querce e le vette e le
menti tremarono
sotto i colpi del vento e caddero
le fiamme nella notte che
incupiva
era la fine
e tu
l'amico dei silenzi e dei ricordi
dei miraggi e d'orizzonti
ineffabile graspo del tempo
vagolavi schiantato
ai limitari degli abissi
dov'era la tua vena
quella mente
capace di cosmici malanni
e la tua carne fasciata di lava
quel tuo sangue incandescente
quel supremo disdegno?
come te
il mosaico malfermo delle nubi
compiva la sua gara
e si addensava
non una stella che desse un po'
di lume
non un ginepro che pungesse i
tuoi piedi
ed ecco
nel sommo abbandono
gravato in quell'arido nulla
abulico
sciatto
udisti la sua voce come tuono
impara
la tua mente
vincerai il potere della morte
tu
soffri
ma
soffri ancora poco
vibrando
l'eco delle tue caverne
ripetea senza tregua
soffri
soffri
ed altro non diceva
in quella notte che moriva.
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© Domenico Riccio
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