Conosco l'incerto vagare
di ramo in ramo
fino al sicuro
la pazienza di annodare la paglia
nell'intimo
per covare un dolore
d'inverno
accontentandosi della grondaia
se pare troppo il mare
trovato il senso ultimo
della misura
fino all'esatta cubatura del vuoto.

Fa buio altrove
un uomo che si spegne
oltre la porta dove
come un numero civico
impietriscono gli anni
e la ragione si leva il cappello
dove
non la vista ma il cuore
ha capacità di adattamento.

Notti ripide
sull'indomani
che senza freni inibitori imbocco
alle veloci curve
dell'orologio rannicchiato
nell'abitacolo
in quel lungo colpo di sonno
che pare un suicidio
fallito chissà come
e ritentato.

Trovo la mano
sommando le dita
e l'area della pelle
dalla durata del brivido
misuro l'infinito
dal decadere della vertigine
lo stesso dio
è un calcolo probabilistico
di tracce lasciate
nell'acceleratore dell'animo
e non attribuibili a pensieri.

Bada
che in un giorno qualunque
senza un saluto
o una parola per iscritto
nello svagato declino
dell'indifferenza
pomeridiana
rannicchiati in un'estrema posa
ci si allontana
come uno che esca di casa
scordando le chiavi
le scarpe
i vestiti
e soprattutto
sulle scale rovinosamente
cada.

Intanto le vie intasate
delle ore di punta
e nella vastità del mare
navi che insistono
sulle medesime rotte
poi il dato risaputo
che utilizziamo ben poco
del nostro cervello
ove aggregati di pensieri
e complessi comportamentali
sembrano lunghi treni merci
ma in special modo
quelle metropoli affollatissime
ai margini del deserto.

Ci sono istanti
in cui perdo la storia
e l'intera memoria
è come un museo incendiato
non resta allora
che contare sulla geografia
carezzandosi i capelli
come il vento fra i boschi
e sdraiati
ammirare la montagna
del ginocchio
la valle ombelicale
sotto una coltre di nebbia
ma soprattutto
nel cielo dell'occhio
la regolare palpebra
che ha la monotona alternanza
della notte e del giorno.

Questo corpo talvolta
è come una cosa levata di tasca
e poggiata su un mobile
e non inganni il movimento
che a tratti solleva un arto
quando quel libro al vento
si sbraccia così sul tavolo
viene voglia di sfilare la mente
come una pila
e inserirla in un allegro giocattolo
o ascoltare una parola
che tiri su di corda
ma specialmente
da fermo lanciare un urlo
senza particolari emozioni
e che rimbalzi dappertutto
come una palla pazza.

Esistere
è un'impalpabile diminuire
aprire una sfera
che ha dentro una sfera
e un'altra e un'altra ancora
fino al punto
detta l'ultima parola.
Così fra le parti del corpo
le dita
sono le più infelici
perché il dolore è palpabile.

Il mio animo è una molla
in perenne tensione
che Dio
e la vita
tirano da ambo i lati.
Dovrei avere più forza
di loro
contro questo stanco
e quotidiano
appiattirmi.
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