BOBBY
FISCHER
Dey’s two angels hoverin’ ‘roun ‘bout him
One uv ’em is white en shiny, en t’other one is
black.
De white one gits him to the right, a little
while,
den de black one sail in en bust it all up.
A body can’t tell, yit, which one gwyne to
fetch him at de las’.
Mark Twain
“The Adeventures of Huckleberry Finn”
I
Nacqui
quando la grande dama nera
aveva
un’anca troppo bassa,
da
tramonto a tramonto e un sole stanco
affossava
la casa. Fu mia madre
a
piantarmi nel cuore un’ansia d’uomo
e a
scongiurare il mio perdono, ero
già morto
alle sue braccia, vivo
nella
biografica empietà del vuoto.
La
semitica cetra del mio naso
fuoruscì
come un topo trattenuto
fra
grattugia e sepolcro, fui sferrato
in una
classe che di striscia in cifra
misurava
gli idioti, ero nel primo
banco a
sinistra della luce, c’erano
rare
occhiate in penombra che svogliate
mi
saltellavano alle tempie, quando
qualcuno
alzava il dito io
lo
catturavo nella nube chiusa del
mio bulbo
sinistro, tra-sognato, con-
templato
puntavo i remi a riva
delle mie
scarpe senza suola verso
la sala
che mi navigava
come una
barca sulla faccia, io
la calma,
la notte io l’attraccare
curvo sul
tonfo mio cuore, io
nato in
marca di confine, io
trascritto
all’anagrafe col nome di
R. J.
Fischer, Bob per gli amici e i non-amici per
i miei per
chi sceso in tanto gelo
mi
accendeva una fiaccola alla nuca
come un
ramo di salice. Io, proprio
io lo
gnomo il meticcio, il quasi-cane, lo
storpiato
e l’immobile il ladrone la
corda e
l’albero di Giuda senza
padre né
gene io rovinato nello
strappo al
soprabito, parola
che si
torceva all’apertura, vi
rientrava
atterrita, vi – di colpo – si
rintanava
come una faina
quando il
gessetto pizzicava un nudo
di
chitarra e d’armonica e il Signore, il
rettore,
lo zio, l’incappellato il
trombone e
la tuba sentenziava:
il nostro
Sacro Stato Americano
è il
Migliore del mondo, e la sua Storia la
la sua
Fede in un Dio formato a croce, il tac-
chino la
guerra
la
matematica e la guerra pura il
segnaccio
sugli occhi l’arrossare
nella nota
di biasimo ogni cosa ci
si legge
sul volto, si! E fui preso ac-
chiappato
a fiutare nei cassoni
il fumo
denso di una Lucky Strike in
un giorno
verdissimo, l’estate
che sudava
i miei passi, s’incollava
a vasetti
di mosche. V’era in cielo
un’alba
grassa e strepitosa, sole
e bocca di
lutto, pacchi, strade spaz-
zatura e
grigliate insetticide. Chi
guardava
dal forte davanzale
di una
fronte accigliata, l’Uomo, pure
l’animale
e il suo simbolo la sbarra
della
galera sui talloni mi
sbatteva
nel gelo della sala mi
lanciava
alle spalle un’acqua dura, ar-
rabbiata
di secchio. Quando a sera
una ratta
scavata nei gradini
mi catturò
nella sua fogna senza
cavalieri
al di sotto senza pure
cartapecora
e
albore fu nient’altro
che
pensiero svegliato nel pensiero
di un non
mai contenuto mente-
catto.
E
una tigre
sfamata, un sorso ancora
di
pozzanghera e notte di
miseria.
la
madre-madre
la
mia
mummy-mummy
trenodia
di castrato suono cupo
di
finocchio e di femmina lei aveva
aveva un
mignolo scarlatto mi
mugolava
sul banco, mi strusciava
sulle mani
uno smalto da paura. C’è
negli
occhi di tutti come un raglio di
di somaro,
la luce di una lega
di
ferrivecchi, un morso caldo al freno, un’un-
zione di
pelle una stoccata, un
ovario a
sinistra c’è la mano
sul
balcone di
latte di una madre. Mi
inoltrai
nella pioggia, fui strozzato
da un’acca
quasi sospirata, reni
di
cavalletta per tentare il volo di-
vorare la
scorza della preda ab-
buiata
sull’apice ma allora
ripiombai
tra visioni sotterrate
in altra
calce, parti di
maiale
a salare
sui ganci, forma, odore, una
stella di
piscio quasi d’oro
che
centrava il muretto, sobbalzava. Io
il
pianista, tempesta di dentiera
sui tasti
appena sprofondati, stavo
in punta
d’acciaio, martellavo, di-
sossavo
una musica cresciuta
in
abbraccio di lampade, falene
come
ventagli di zitelle a
ridosso
dei letti, del sospiro del-
la bibbia
e del calice. Io io
io-me a
cui i gesti erano tolti solo
una voce a
metà che s’ostinava, s’av-
ventava al
berretto tra scolari tra
direttori
secolari tutto era
voce
obesità marciume
freddo
freddato gelido
aspettare.
Sognai una
torre, un’alba,
alta,
battuta
nel rumore del muschio,
verticale
e
sfoderata a raggio nuovo, naso
di pietra
a tutto sesto, solo
un setto
nasale che scuoteva
fionde su
fionde deformate e ancora
il brusio
della scuola che affannata
mi
appendeva alle labbra lo spaurire. Iso-
lata di
polvere s’alzava, si
drizzava
alle taccole, tremava de-
clinava
maestosa si colmava
di raduni
e di sguardi fatti come
belve a
ponente. E allora a poco a poco
m’inerpicai,
cervello
tra le tempie, mi
levai nel
fragore, mi costrinsi
ad
allungarmi dilungarmi come
un
caprimulgo un punto esclamativo un
cappello
di raffica ed allora
un gran
dixieland d’anime mi giunse, sus-
sultò in
cupa altezza, respiravo grandi
denti
bianchissimi in un negro di
carbone e
turacciolo, un sorriso
di
lustrascarpe di virtuoso che
mi suonò
mi guidò su chiare
nubi.
Io
sospeso
all’incrocio, io che picchiavo
su una
calma altitudine, sembravo
un dio che
ancora non cadeva che
s’affrescava
nel
bilico, e di nuovo
io R. J.
Fischer cominciai a salire io
salivo io
d’un tratto m’innalzavo
a un manzo
appeso a un chiodo duro, mi
scostavo
alla luce. Fu un cammino
senza
rotaie, senza freni, senza
posti di
blocco e doganieri ma
ne
percorsi i papaveri, il crudele
belvedere
di sagome, le tante
pieghe di
muffa, i colpi di fucile. Poi
sputai sul
mio foglio, poi il teorema la
la teoria
mi scaldò nel suo colore
come un
vessillo rosso-fuoco, ipsilon tristi
sciami di
sentieri
uccellacci
di virgole binomi,
macchie e
potenze cifre-cifre, cifre
di
nevischio e di martiri, moicani
costretti
ad argini di rame, di
povertà,
nudità, tende, necrosi,
nomi a
tempo di pietra di svaniti
necrologi
a cappella di cattivi
e troppo
eroici troppo eroici amici, c’era
una
freccia nell’ampio rinselvato
margine
in-quarto del mio foglio una
dura
maiuscola di croci,
un’x per
sempre ripetuta, un solo
atterrato,
preciso, grande zero.
IV
E un Tale
mosse al mio venire, sorse
al riparo
degli archi, alto, sottile, di-
noccolato,
quasi nato da un
arto ancor
vivo che scerpava in aria
un mal di
capo erto di napalm, si
slanciava
si quasi trasversava
verso ciò
che all’interno rimaneva
senza
fiato né vita, un imboscato in-
fiacchito
buffone un assassino
che mi
percosse m’inghiottì le dita mi
accese un
ringhio sulle ciglia. C’era un
forte
bollore di cucina
economica
e sudicia, e poi c’era
un
capodoglio-un-capo-d’aglio c’era un
gran
spogliarello di cipolla un’acqua
torbida e
fognale, la
gallina
buttata a dura cena.
V
Siete mai
già vissuti in una casa
fabbricata
sui cavoli squadrata
tra branda
sporca e mutandine, siete
mai
entrati siete capitati come per
caso
dietro un assonnato
funerale
di sedie rose fiori tazze
da tè col
braccio in aria tra
sonnambuli
d’angolo vi siete
mai
rannicchiati sulla stufa, al grano
di una
tavola a festa? Io
cambiai
alloggio io mi spostai io pure
smisi numero
civico, cognome-
targa di
marmo-via-indirizzo (solo
un morto
stecchito porta il nome
sulla
targa di marmo) e cambiai strada, venni
a un altro
annebbiarsi dove
ancora
nuovi
bifolchi entrano al ballo e
i cespugli
le siepi i barboncini e
le
uniformi dei portieri e i lunghi ro-
dodendri
si stendono nell’oro
in eccidio
di nuvole, e
una piuma
di Dio torna alla notte
sazia di
fragili confini e l’altra
sbianca in
gelo e unità completa, pura, priva di
polvere
non mai violata, im-
pomatata,
tratta da segnali
che
resistono al vento dove-dove
l’orologio
è un bracciale e per davvero
non vi
sono più penne e il bollitore
non ha mai
fischiettato come un uomo che
esce
sbronzo da un bar.
Io dunque,
io solo, io
R. J.
Fischer io figlio-senza-padre io
sacra
prole io quasi bestia nera venni
alla casa
di soppiatto mi
inoltrai
nella casa vi sommersi
il fil di
spada il legno del crinale un
pugno un
piede un calcio di pistola un
cammino e
un bivacco. Giunsi infine,
giunsi
ancor verde nella casa-casa.
VI
E un sole
giallo mi sbrinò il cammino e
la mia
testa reclinò furtiva
a un
ruggito di sbarre, svolazzavo
di dimora
in dimora mi stendevo
su
guanciali sfondati, ritornavo. Sì
e me ne
andai lungo mia madre, chiesi che
indietreggiasse
mi
avanzasse mi
togliesse
al suo giorno la smettesse che
la
smettesse la piantasse -dico- di
di
colpirmi alla schiena di tuffarmi
le
mascelle nel kosher
mi lasciasse
ai miei
gesti da prode ingigantiti e
a più
grandi calzoni. E allora e allora
lei
s’impalò lei se ne stette fiera in
un buio di
femore e d’un tratto
i guanti
stretti alla maniglia mi
s’incollarono
sul
naso come
due
etichette di birra. Quando
quando
quando
questo successe io ero in camicia con
il
colletto sbottonato, coi
calcagni
piantati congelati nel-
la vasca
da bagno e c’era c’era
un filare
di stracci alla mia destra e
il
quaderno di verbi era vicino
alla
sagoma a letto e lei, la vera
mater
familias lei la
chiara sposa lei
mi chiese
mi chiese mi richiese mi
scongiurò
quasi implorò, mi fece:
dovrai
passare sul mio corpo – m’in-
vocò a
piena gola il pellicano re-
cidendosi
il collo mentre il sole
era ormai
rosso di canzoni
e tutto
tutto in
giro gridava e strepitava.
Lei si
mise due pillole nel seno lei
la
consorte l’anima preclara col
sorriso
all’ingiù la scollatura
di balena
essiccata coi suoi duri
tagli di
lapide e d’insonnia, la
donzella,
la bella
d’Alabama, la
non-sincera
maritata,
la
concubina
la furiosa blusa.
Penetrò
nel tramonto –si tastava
l’enorme-mento,
la
collana di
madre-uccella
d’infermiera
a
ginocchioni
su
un malato don-
dolando
provava e riprovava il
suo pane
di ieri il caffè amaro.
Mi venne
incontro, mi chiamò, m’arrise,
mi
sorrise, mi rise, si appuntava la
magra
perla che l’univa infine
a un
discendere d’omeri, a un profluvio di
gridolini
di giubilo, al delirio a
un pieno
casto abbottonarsi, l’a-
spirata ashkenazi la
matura
stradaiola-strozzina.
Ecco,
e la curia
pullulava
a quell’ora di fedeli
sudici e
madidi di notte - poi
venne il
Pastore venne il Cappellano
in
picchiata e grondaia, sfoderava
un’omelia
e una tosse erbosa, nello
stormo dei
pollici macchiati dentro i
panciotti
zampillava-c’era
un messale
un gran coro di persone
già
vestite sul giorno e un quasi Führer
cominciò a
declamare il suo sermone
braccio in
avanti come un palo teso a
sfondare
una porta, dentro il tuono e
nei giorni
avvenire nel castigo sin-
cavernò il
pomo d’Adamo si
compose
latrando, fu
sul serio
alba e
mandibola stizzita un chiaro
cromosomo
di pioggia, di furore.
Sottratto
all’arca e al cadenzare, giunto
a un unico
palpito, foggiato
da pasta e
zangola terrena nella
Chiesa di
Dio grande Gentile spro-
fondato
allo scempio di ogni Uomo
maschio e
maschia, da sempre de-
portata
confinata costretta esule viva ab-
baiava
abbagliava si stagliava
sul
sagrato deserto rovesciava
spallucciava
spargeva
il pane e il vino.
Quando
verso Getsemani di sera
Cristo
chiamava nel grembiule, e-
vocava
alla cena, predicava
è
pronto-vieni-si-raffrdda-è-un’ora
è
da-un’ora-che-sudo-che-cucino, lo
strofinaccio
e
il detersivo, il suono
della
tumbalalaika, lo stonare, l’is-
teria del
grammofono sorgeva mu-
sicava
strideva si levava a Cafarnao. Risorgi.
Io
mi
dispersi io mi sorpresi presi
tutta per
me la sua dolente molle
diacronia
d’ombre e
soluzioni, scesi
a un gran
vespro di numeri, pregavo. E
lei
l’esclusa la lanciata in aria dalla
mia camera
da letto dal-
la camera
a gas, dal terminale
di
Bergen-Belsen si curvava stava
con il
becco a
levante, col soffrire
duro in
corsa di doglia di svociata
contenzione
e
acqua pura. Quando
il chiaro
di madre, l’Assassina,
trice
violata,
quando la
donna-fatta-donna colma di
parti, mi
porgeva invano mi
tendeva
l’artiglio e il borsellino e
un
quattrino usurato ed io partivo fra
negozi
all’ingrosso e domandavo chie-
devo burro
pasta all’italiana
pane e
salsicce di tacchino, Lucky
Strike
senza filtro, una dozzina
di
liquirizie, scaglie di sapone, poi
tornavo da
Lei, la grande, trita
polvere
sparsa a partorire, la
vedevo
ficcare tra le case la
fibrillata
austerità venire
quasi
zappando a sfaccendate cose.
VII
Mi
generò
in
in-definito nulla.
In un vaso
da notte fui sgravato
come in
altro orizzonte costeggiato
da stella
a stella, chiuso im-mortalato
nella sua
ragionevole statura.
Dallo
chignon nel pieno del mattino
il
fermaglio si morse mi comprese
in aleph arruffato
mentre il gelo
mentre il
gelo spiegò nella mia voce
la
fisarmonica del non-mai-dire, il
non-detto
e il ri-mosso, l’espressione
azzimata
ai capelli la parola
la
non-mai-pronunciata, la felice
l’ancor di
più domenicale danza, mano
alla milza
mano come
se una
gonna si alzasse ad uomo infame, tem-
perata e
inflessibile, flessioni
tute-grembiuli,
sottovesti, peli, un
tifone
verdastro di forcine.
VIII
Il momento
più tragico, la sera:
coricarsi
alle dieci in estenuato
addentarsi
di spettri, una
sveglia
comprata giù all’emporio, una
testa a
battesimo, un pallone
affollato
di lampade di grida di
gufi bassi
e trasognati, l’e-
sattezza
del sogno, la visione la
pre-cisione,
la
com-putazione l’eco
di un no sotto la
spazzatura.
C’era un
cavallo dimezzato sulla
mano
sbucciata del nevoso uomo
del latte
e c’era-s’intuiva un
attendere
un grigio intirizzire
secchie in
forma di zufolo un tradire
la
scorreria meticolosa il fiato uno
zoccolo
dentro il capezzale e
in un gran
spezzettarsi di pensieri un
tossirsi
nel pozzo delle mani e
dappertutto
un
respirato unito
prato di
groppe e di battaglie una
sbriciolata
pentita
ultima-cena.
M’alzo e
un solo rettangolo di luna
sorge a
buccia d’arancia sembra pare
metà
bistecca e metà pesce, mi
risdraio
su ciò che si rimane di
un inverno
impagliato di un’inquieta
spremitura
al guanciale. Esco, e il fetore
sbuffa al
getto dell’acqua. Penso. Prego.
IX
L’alba è
un succhio di brandy è digestione
una veste
al ginocchio è uno sfrenato
applaudire
di palpebre una vaga
ansia
d’entrare-e-non-entrare è
dovunque,
si abbatte, si rovina, crolla
in testa
ai passanti. poi di colpo
s’avvicina
si piega ai sicomori.
I tubetti
strozzati strangolati dei
dentifrici
al mentolo sono appena
tratti
alle lucciole ai lampioni alle
cacche dei
cani, e io vado
vado.
Torna il
lattaio e quella grande specie
di cavallo
lo incalza lo strattona ne
risale la
quota lo spintona
traccia
un’elle di pergola lontano
lustro-lento-laconico-lanciato
lungo
l’ombra lucente lu-
minoso o
nu-minoso non saprei, lanoso
luccicando
latente lavorato
da focacce
di vomere lor-dato,
tra lo
stallo e il fienile, la-minore
d’una
bestemmia d’una
cantilena
la
di
le
gua
ta
di
le
gua
ta
fie
ra
bal
za in vento e farfalla
si dilegua
si
si
sbruciacchia nel ferro al sasso al fioco
sgambettare
dei
tendini. –Il mattino
somigliava
ad un pugile suonato,
un occhio
aperto e l’altro nero, sera
sull’occhiaia
abbuiata
sul tampone
al
tenebrato tenebroso muso. Era
un
ex-campione da galera, un gioco
di
contagio raffermo non
vedeva più
nulla, non sapeva
l’abbassarsi del destro,
lo svanire al
di qua dei
presenti, della bava,
nella gran
notte fatta a braccia, il lampo
del
contare i minuti su sentieri
di bikini
cartelli riflettori.
Io
da quando
ero nato ero caduto
dalla
piccola borsa-alligatore che
strisciava
alla coscia di mia madre, mi
facevo la
barba mi nutrivo
di
silenzio e di giacche non sentivo
altro che
il lezzo e il ridacchiare, lo
sporco dei
calli sotto
il banco senza
calzini
senza cuoio senza
lacci e
tacchi alla moda, lancinanti
blues di
sassofoni che mi sturava mi
sturavano
il fondo degli orecchi mo-
tivetti
cantati a mezza voce
da Zio Tom troppo
pallidi e un mattino un
mattino ci
venne il direttore
alto roseo
possente, il tutto-grande
uno
sparato di velluto un nuovo
quasi modello di
camicia scura mo-
danata e
fiammante, ci pareva
un
DioCristo, un Rock Hudson, un Bobby Taylor,
un Ricky
Widmark, o giù di lì, portava
i
pantaloini col risvolto e
agitava
nell’aria un fustigare
di cotenna
sgozzata. Stre-
pitava e
de-clamava e predicava il
tiranno
dei secoli il becchino
il rabbino
il pastore l’eresiarca,
l’inesorabile
torturatore,
il
compagno di ballo delle madri
e delle
femmine ingabbiate. Stava
sopra di
noi come su un campo intriso
di
lanugine e sangue, ci guardava
ci
adottava, ci-forse-ci-nutriva ci
castigava
insudiciava il viso
di
pallottole e frasi, d’equazioni. E
nuovamente
l’occhio dritto all’uomo – E
nuovamente-nuova-mente-mente
strisce di
pelle allo schienale colpi
di cotenna
e di mastice, nell’aria
nell’aria
marcia d’attizzata igiene oltre
il fuoco e
i lillà lungo il sentiero
sgangherato
dei
poveri.
Ar-
roccava.
X
Ar-roc-cato.
Lo
vidi che arroccava.
Tra la
cattedra e l’uscio, fermo, preso
in
estenuata esitazione, in-
gobbito,
l’elastico turchino che
stringeva
la manica
chiamava i
nomi ad uno ad uno si
scansava
il tornado dagli occhiali, sva-
niva in
fitta tar-ta-ruga, ci
tar-ta-gliava
ci-ci-minacciava
ci
mitragliava con un lungo dito
tramontato
sull’asola, fis-
sava ci
fissava, ci-forse-giustiziava
al di là
della cattedra, severo
boia e
goliardo lardo al cinturone
in gran
parte a-semitico, dal fiume
della
narice dilatata, dal
cammello
sul naso dal soffiare
tra
l’oriente e il deserto. Stava. Stava
sopra di
noi, l’ebreo, l’aspro pastore
il
razziale-esemplare americano lo zio Sam
degli
idioti, il missionario con-
fortatore-conversore-stava
riformato,
pietista, luetrano,
l’uomo del
ku-klux-klan col suo cappuccio
di pierrot
funerario –stava-stava
come un
prete apostolico o uno schiavo,
lui, il
vicario, da sempre il sottoposto
del
vicario medesimo, un perverso
domatore
di maschi e di leoni,
d’impiegatucci
e
d’assicuratori, ma-
lediva
Canaan, svettava. Stava.
Così, e
d’un tratto, a poco a poco, si
slacciò la
cravatta, ora sembrava
un pollo
stretto fra le cosce, prese
raccolse
cicche e mozziconi fu
un istante
davvero molto
lungo.
Tacevamo,
le mani al loro posto sui
geloni e
sugli alluci, i duroni, un
cin-cin-pollice-d’inchiostro
si
avvertiva
nel gelo
della sala
un
brindare di caccole. E lui, il degno
Custer-Lincoln-John Brown, l’enorme Sire
dal
gessetto sul mitra allora allora
si
strozzò, affabulò, parlò di nuovo la
la mano al
cuore l’inno nazionale, tra
proiettili
in piedi, len-ta-mente
si tolse
il collo dalle spalle si
sfilò lo
sparato lo ripose l’ab-
bandonò
sopra una sedia, ci
guardava
dall’amido tarchiato
che
splendeva al rovescio rivelava
il suo uomobianco di
torace, uno
scalpo, la
foce delle rughe il
mastino
nel corpo un tra-
sudare.
Lui
lo zero
spaccato la sordina
la
ramanzina la furiosa prece un
bubbone di
piombo, una verruca
vendemmiata
in
battaglia. Ci
guardava
in silenzio ed era era
era in
maniche-adesso-di-camicia
di camicia
ed elastico, un crudele basso-
rilievo e
palpito d’Adamo,
un
respiro
tra gli alberi, un fuggire
la
pelliccia di martora il tamburo del
Tramp tramp tramp the boys are marching, marching
To arms in Dixie, Rose of Alabamy,
una
zattera al sud, una cabina
di negri
buoni e sotto pelle un grigio
non-ancora-visibile
all’assalto
ciò
che
restava che rabbrividiva
nella sua
cinghia chiusa in vita di
sceriffo e
di ranger steso al sole
come un
lenzuolo ad asciugare. Ed era
grave e
madido d’aliti sciamava
su di noi
come un mucchio di giornali come
un
berretto da strillone come
una grande
divelta
zanzariera.
E tutto
tacque e fu dannatamente
strapiombato
formato
nel
tacere.
Fu una cai-cai di
bastardi, un fuggi-fuggi
dai lavori
forzati, ma dapprima
il viso
gelido fioccò stappato
come un
fiasco di scotch qua-quasi come
se un oste
obeso, un lurido ciccione
la matita
all’orecchio col suo pure
ventre
gonfio di mance ci servisse il
tovagliolo
penzoloni e
una
folgore d’aglio lo tagliasse
in due humpy-dumpy
solitari e ancora
un
prosciutto salato grande appeso si sfi-
nisse con
lui sotto la ghisa.
E discese.
Discese. Sì, discese.
Penzolò.
Rimbalzò. Mutò colore
e ci
guardò dal punto esclamativo
del
neretto sull’indice la sala
che
s’imboscava che si sgretolava
in macerie
di fuoco, ci pa-reva
che la
cute cascando si svegliasse
di gallo
in giallo ed era forse appena
ora appena
più elastica più tesa
tra
spruzzo d’Atkinson
e rasoio su-
gli zigomi
epatici era-ora
una
polpetta masticata un viso
appoggiato
alla faccia un’espressione
di
commiato e di rabbia, muta. Muta.
E looky here noi
tutti Tommy Sawyer
lo
vedevamo e lui si fece-rise si
si fece
maschera e pugnale più
nuovamente
se-vera
vera
vera.
Ora simile
a un manico di scopa tra
Pixie e
Dixie un
calcio al predatore
fitto in
ciò che restava rimaneva
della zia
cara ai suoi cerati, alle
linde
tendine ma davvero
davvero
forse non-inquisitorio come
dire
svuotato vomitato
dalla sua
stessa austerità. Sicuro.
Poi la
calvizie luccicò, sembrava
che tutto
l’oro dei confederati
luccicasse
granitico arancione su
quella
biglia senza occhiali, prima
ancor unta
di caffè sudata
come
ascella di donna che s’ergeva
come piena
corona, un animale
colto tra
porpora e ermellino, una
cotta
d’armi via via più luminosa.
EDORA
EDORA
DALLO
scempio
infame ora
sfuggì
smagrì si fece crudo come
una fitta
di dolore un
musetto da
preda un breve acuto mon-
cherino di
pelle una guaìna
un’unghia
un tremolo steccato un fiele
di radice
purissima un puntale
di
foruncolo e lebbra di solare
scorticata
corteccia, un grande
tuono.
E sgorgò,
si stagliò, divise il lume
in
mezza-tacca in mezzogiorno in fuso
d’arcolaio
e di tenebra discese
scese dal
monte si compose il roseo
scamiciato
ma adesso forse infine
ricoperto
di gemme
Re
Sovrano.
XII
Tutto
l’acciaio sfolgorava, c’era uno
zittio
verminoso nella sala
spintonata
premuta sfaccendata af-
faccendata
di-sarticolata c’era uno
sgorbio
alla lavagna una
caricatura
col pancione c’era
un segno
di gesso rosso cuore.
La
scolaresca fece largo- si
separò in
due parti di
colore, gli
sgobboni e
gli inutili. E, vedete,
qua i
pezzenti là i ricchi, qua i servili
e là i
superbi, qua i bianchi là i ne-negri
gli ebrei
e gli ariani, i quaccheri e i crudeli
anglicani
d’assalto, i maccartisti
e i
comunisti, Sacco-con-Vanzetti i demo-
cratici e
i repubblicani, gli italiani e gli wasp,
gli
inquisitori e le streghe di Salem, i ce-
censori e
gli anarchici al rogo e sopra sopra
alto di
cattedra sorgeva, muto
il Signore
venuto alla
cattura.
Il Re
schiomato,
lo schiomato
ovale.
Tracce di
uova e pedicelli, di
dopobarba,
di diamanti, strali. Ci
destammo
di colpo, ridevamo
schiamazzavamo
alla
sua volta, vòlta
la faccia
alla paura, ci
stringemmo
alla cattedra, ci-forse-ci
asserragliammo,
ci
schierammo, fummo
ri-partito
moncone, pezzi bianchi ne-
ri e
cianotici di male, nero
e bianco a
sua volta. Eppure ancora nel
ragliare
festoso rivoltati
a terrore
di circo giravamo
da
campanello a scudisciata vinti
flagellati
da bocche di pistola.
E
all’improvviso tutto scolorò:
luci,
lampi, riflessi, rifrazioni,
trasparenze
e
bagliori, iride-
e-scienze,
ogni
cosa si
perse, si confuse,
si
mescolò, franò nell’in-colore
nell’in-distinta
gradazione,
ci separò
ci separò
e ci scisse
in due
parvenze definite
si
dissolse
si sfece si disfece
in cadenza
cromatica, assassini,
mezzogiorno
di
fuoco, ultimi spari dis-
solvenza e
caduta-bacio-
fine.
E
fummo-fummo
fummo con
cautela
due
estremità sull’aggiornare, solo
notte e
lucerna, noi s-solo
luccio più
luccio fiamma e interruttore,
due
barbagli, due inizi di canzone, una
troppo
sguaiata una più austera
a contagio
di diapason due lune
due si due no due colpi
sulle orecchie, rin-
tronati
gridati stralunati, e
finalmente
due potenti, fissi
mugolii di
trionfo:
il Bianco
e il Nero.
Ci
rampognò, si eresse, prese al volo
la
parabola il lancio la fatica le
sue lenti
da presbite. Strillava
come Ahab
o Caruso: Sale!
Sale! O
Sole-mio,
Torna-a-sorrento ci
ci diceva
a-mumbling and
a-growling,
non-sudate-non
fate-non-puzzate-non
vi-muovete-non-pisciate-siete
una ciurma
d’incapaci non
conoscete
né la disciplina, né l’inno o
il salmo
del perdono gli at-
tributi di
Davide. Vedete
quest’oncia
d’oro
questo cielo oscuro
d’affogati
e di lacrime che fate
che
fate-dopo-marinai-ammainate? Si
accigliava
e stancava, si riaveva
come un
lazzaro tiepido, legava
si
riannodava si stringeva-si-la
cravatta
alla gola, ci esultava. Poi
bestemmiò
e ci disse: siete nati
per
zappare la terra, non avete
punte di
lancia scarpe di vernice che
cosa fanno
i vostri padri sempre
che di
padri si tratti e non di spuri
violatori
di madre. Io sono. Io sono. –An-
naspò tra
le folgori - Io
sono.
Ego sum
verbum. Il
numero infini-
to
infinitesimale. Io-sono-io-sono
un
marinaio un capitano un sire un
padre un
fabbro il primo maggiordomo
il deus ex
machina, lo chiaro acuto
trombettiere
alla
carica il mortale
il
battitore la difesa il fuoco. E
se ne andò
divino, luccicato,
cigolante
e magnifico, sublime, con-
fermato
nel Giorno del Signore. Il
campanello
ruzzolò ai suoi piedi
come un
uccello in bocca a un gatto, lui
lo scalciò
con rogna di stivale.
XIII
Ma un
giorno uscii dalla mia pelle, uscii
anzitempo
da quel non riverito
ognissanti-cancello
della
scuola mi
guardai in
uno squarcio di cornice
dal
fondale appannato, mi
slacciai i
ventricoli dal cuore mi
presi il
sangue tra i gomiti distesi
la mia
tiepida riga di pigiama
nell’incendio
dei
morti, mi divisi
tra faccia
e faccia, tra sor-riso e riso, mi
guardai e
mi guardai, mi-finalemnte-guar-
dai dritto
nel cuore e risi risi
un ghigno
proprio da marpione feci il
buono poi
il bravo poi il cattivo poi
di nuovo
il bastardo il
buono-buono,
feci
smorfie e
boccacce, feci ancora
feci Frank
Miller feci Gary Cooper mi
sfilai
l’anima dal corpo come
una lumaca
dal suo guscio: polpa
carne
escrescenza naso muco
anima in
fiamme e pendolo di vena
sfoglia e
catarro, lungo gocciolare
di un gran
cleenex di lacrime mi alzavo mi
sorreggevo
mi tenevo alzato
detto in
poche parole mi
levavo.
Ero
un’orma di
cagna ero un fiutare
tra crosta
e zampa ero davvero un grumo
di ferita
umidiccia io sì l’untuosa
fissità
oscena del salame: un
occhio
bianco e l’altro già incielato
nel kajal
senza pupa, un occhio solo
bianco
bianco rotondo cristallino
come
fiocco di neve l’altro scuro
come
sterco d’erbivoro da un lato
un candore
di madre un detersivo
un colgate
fortissimo dall’altro
dall’altro
un pettine sporcato su un
acquaio
che zoppica centrato fra
il lago
Michigan remoto, chiaro
e una
pozzanghera di Brooklyn.
Mi
sedetti,
contai casa su casa,
stanza su
stanza e ripostiglio, c’era
giallo
d’urina contenuta in
afrore
d’equino, un cesso-un-chiuso, un
raspare di
zoccoli, sospiro
come di
cuore che riposa, la
Regina
porgeva l’anca dura
a un
viavai di ramazza lei puttana,
meretrice-baldracca-ape-regina,
ge-
nitrice di
femmine, fenice. La
Regina
sostava, stava-stava
al
cospetto del Re, lo-senza-nome
scopiazzato
all’anagrafe,
pendeva-mi
cadeva dal
pollice sudavo
da parte a
parte mi sbattevo dietro
spranghe e
mandate porte alla francese zan-
zariere e
battenti arrugginiti, l’a-
pertura,
provavo
l’apertura.
Io
dominavo-lo-sfondavo
io
lo forzavo
alle vertebre, io la-travo
alla
catena come un cane io
strillavo:
Occupato! nel
mio grigio
separé
d’omicida, io lo spingevo io
spingevo-lo-sì-lo
scantonavo.
Ora non
c’erano più porte, non
ci stava
un bel niente, non restava-
no più
lucchetti né cardini, non c’era
un bel
nulla di nulla. Io solo, io solo
io
solo-solido nel mezzo, io ramo,
muro
portante muro divisorio
cesso
sempre occupato io solo solo
io R.J.
Fischer, zanna-bianca, Moby, mi
parai
sull’in-fondo la
colpivo
pugno su
pugno sulla faccia, lei
mi stava
davanti, germogliava
dalla sua
spazzola essiccata come
arsura di
campo un rovinare
di capelli
e di zucchero fra i molti
bigodini
afflosciati quei cafoni
ciuffi
rotti alla lacca. Mi-mi dava
lacrime e
tette, colla da raschiare
d’uova
fritte e d’aringa tazze nere
di nescafé
e di mozziconi, pieni
ovari
sommersi a breve sera.
Esci!
le-dico-le-ripeto
fila,
portati
dietro la
non-porta la
platinata
sfiancata erta
maceria.
Vi
sono case
popolari vi
sono
ostelli e ricoveri campeggi
governativi
e
non governativi
sale
d’attesa e pensionati posti
di blocco
campi di cotone
case di
cura lebbrosa’i ospedali ti
troverai
dannatamente bene. Lei
mi guardò
lei mi guardava le
cresceva
sul capo le affiorava
una breve
fuliggine un giallore
di gallina
spiumata, poi un’accesa
messa in
piega alla moda un sordo un duro ri-
suonare di
bambola una spiga
ancora
un’acqua ossigenata un biondo un
crudele
sbeccare, un alto grido.
E si
prostrò lei fece fece fece per
sbaragliarmi
sugli
occhi anche sferrare la
camicetta
di flanella come
un pugno
allo stomaco, curvata
nel
tutto-sesto dei suoi fianchi, mi
sbalzò, stava ritta
nell’androne
gamba e
smaglio allo stinco, moccio, fiore
tra quadro
e quadro dentro il fazzoletto. Quegli
zoccoli e
no nei tacchi
a spillo, il sempre la-
mentarsi
sul dorso della mano, il
nitrito e
la greppia, l’oscurato
semitismo-scientismo-va’-a-dormire,
dammi-a-lavare-le-mutande,
va’
a-infilarti-la-maglia-a-strofinarti
dietro il
collo e le orecchie - di’ al rabbino
di’ a tuo
padre-non-padre di’ spergiura
la torah e
il parrucchiere lo strigliare
dello
stalliere la sua vulva
ariosa e
era
freschissima-appallottolata
in un
crespo da vedova, di-appena
divorziata
stupenda. La scian-
tosa
italiana-teutonica-l’inquieta
suffragette
londinese,
fu da brava
fin dentro
l’utero dorata amara
falba baia
pezzata
tutta
chiara.
Ma
io la
respinsi, la costrinsi-misi
dall’albume
dal
talco nella sera nel
deodorante
nella cipira-cipria, io
sbattevo
la porta io le gridavo:
non c’è
posto per uova nel paniere, non
c’è posto
per donne senza uovo-senza
uomo-marito,
senza
albume
ti-do-le-dissi-tre-secondi,
sono
stanco di
te e del tuo fottuto “dico”.
XIV
Quella fu
la mia prima, empia apertura:
la più
maestosa più gloriosa più
sovversiva
corrosiva anche
forse più
sudicia, mi ero
sbarazzato
di lei m’ero sfilato
le sue
pieghe scozzesi dalla testa. Ero
solo e
composto, ero nel mezzo
di un
cantiere o una fabbrica, per sempre
abbandonato
forse
smerigliato
nella Ford
nel garage nella tormenta io ero
tutto
svelto a cercare la mia pace
profondandomi
in
alto, nello zitto
zitto
convoglio, io quasi mi estendevo
in un
vuoto di gronde, nella forse
colonna a
punta dell’iniquità, io, l’iniquo
io, il
giudice di Salem,
il Geovita
di fuoco,il Torquemada,
il più
spietato mozzo-cavallaro, il
nemico
degli Okies, lo scudiere
più
crudele del mondo, più sospeso
in dogana
e pallottole m’alzavo
tra
bifolchi e cornacchie, m’adombravo
di starna in starna,
di detonazione
in
esplosione troppo fitta, mi
staccavo,
salivo, m’assalivo
in
ascendente, dissestata ascesa. Io
salivo
gittavo
m’intorravo.
Come se la
nascosta orfanità
del
precipizio del prepuzio come
se il
prepuzio il sigillo la sutura
sui
calzoni strappati se il calore del
sangue a
picco dentro i cani il
traboccare
del lezzo, lo scrostarsi
nella
vasca da bagno se un toccare
come di
dito d’esitante dito
si
bagnasse nel colmo d’una veliero di
di
tormentate rovinate
tacche. E
furono
allora squarci trafitture
che
misuravo che sferzavo, che
sbarbavo
tosavo tonsonavo
passavo a
filo di rasoio, per
altezza di
scapola tra fiumi tra
proiettili
e fiumi, tra letali
pietra
genesi e morsa anse di lupo
io
m’affamavo – io divoravo vivo
la nonnina
sul letto nel salire tra-
salire a
sgomento di bastioni.
Mi
comprai
muro e scala, io-mi-compravo
l’entrata,
il parco-e-la-veduta, il fumo,
la cicogna
ammalata, il fuori-scena
dei
gabbiani e dei fulmini, sterravo-io
macigno di
dolmen conquistavo
l’orco e
la donna il verbo allucinato il
boicottaggio
e
la segregazione, io
dominavo
l’afrore dei cavalli e
il
grattare rapace nell’in-nulla
nell’innullato
l’annullato
viso
il sogno,
un cent
trovato in strada, e ancora
il coupé,
la berlina, il fuoriserie, il
distintivo
stretto in mano il fiero lo
scelga-questa del
rivenditore io
come
Aronne l’ampio l’assoldato logo-
pedista
del buon dio e
d’Abramo.
(E intorno
martiri vestiti a lusso con
brillantina
alla
scriminatura e
intorno-rombi-di-motore-e
intorno
il
vegliato ritrarsi del mattino).
XV
Il sogno è
un urlo, è un lampo di quattrino
lavorato e
battuto tra fucina
e fucina
di palpebra, è un’immensa
costura
d’anime e di morti, l’uscio
appena
sprangato d’un falsario, un
pagliericcio
d’oche
d’oro, l’e-
tichetta
del prezzo, il rosso acceso
sui
dorsali di un’anatra di-
visa in
due parti di terra per Natale
Shabat e
Giorno del Ringraziamento. È
un
rettangolo fragile è un trapezio un
trapezio
da circo da-sì-dove
si piomba
sempre senza rete è un
turbarsi
da sveglia un trasalire un
cacciarsi
una palla nella bocca.
Oltre la
scuola, oltre i mattoni e i giochi
le mezze
maniche le gare-gare
nei
campetti di base-ball, tra i cantieri
e i grandi
silos addormentati, nel
quartiere
South Loop, tra gli ospedali-
-tutta la
terra è un ospedale- tra
le
canoniche, i cortili grigi, tra
i tuguri
di fango dove dove
sono
cresciuto e poi di nuovo Brooklyn
-
Broo-klyn, simile a un suono di ukulele-
negli
incavi nell’erba, contro i moli
dei run-off niggers,
dei portoni chiusi
nelle
stanze a due dollari, ai soffitti
dei granai
e delle chiese riformate,
sui
camposanti spigolati a ceri, sui
colletti
dei parroci, i locali
delle
decrepite congregazioni, io
sospinto
dal sangue galoppavo,
io
cavallo-bicipite-animale
di
piedistallo e voce-nella-biada, sca-
valcavo i
perduti gli insicuri
gli
straccioni e i bocciati gli stranieri cal-
pestavo
pestavo sverniciavo
scarpe e
mazze di gomma, discendevo
io-cavallo-abbattuto
ampio
ronzino, ri-
produttore
corridore io
signore
stallato alto corsiere,
caracollavo
nel
letame mi
porgevo
alle nuvole sbuffavo
trascinavo
carcasse io raggiungevo io
driver-fischer-sire-pescatore,
es-
tenuata
pariglia io solo solo
nella mia
casa abbandonata dove si
scappellava
la
pentola e le donne
raffreddavano
lacrime
io
tacevo
regnavo io mi sedevo
in un
caldo di water, ora sì infine scal-
pitavo,
gridavo non-entrate.
XVI
A cosa
servono le scarpe? Voi
direte che
servono a sterrare
cicche e
cartucce a consumare andare
inumate al
terriccio a non sfrecciare
mai più su
dei calcagni anche a remare
affondare
attraccare re-migare
tra
pioggia e foglie macerate tra
cacca e
piscio a farsi impantanare a
non
alzarsi venire al tutto-nero. O tutt’al più a
scalciare
su un sedere
una pedata
di catrame, nei
direttori
nei predicatori
nei
compagni di classe nei custodi nei
primi
primi della classe. Ma
io, R. J.
Fischer, qui dichiaro-chiaro che
le scarpe
hanno un’altra misteriosa
destinazione
o
direzione, una
mèta-stagione
una
più fresca
vita.
Quando il
vibrato quando il plettro tenue
le
arpeggia e pizzica e l’assolo ne
insonora
l’orchestra e un Oky a modo tut-
to-conciato-per-le-feste
viene
batte il
tempo coi tacchi, si prepara
alla prima
figura di quadriglia, lo
straight
hey e lo
sperone, quel cozzare
da pistola
a ocarina, una di Frisco
conquistata
sul
posto –una biondina-
occhio-al-marchio-di-fabbrica-
che
ride
sguaina ne
sguaia l’incisione, la
lavorazione
il
poderoso prezzo
lucido e
tondo il
cartellino
d’oro.
Come
fiamme di
terra, come nate
sciolte da
lunghi funerali, al bieco
inarcarsi
del cielo sono nuove non
hanno più
fossa comune ma
posatoi di
piccioni, di rondoni di
libellule
e tortore, sgusciate
da testa e
bruco, sono fatte come
lievi
farfalle e ancora forse sono
aquile e
condor luminosi sempre
punti sul
dorso sempre inquieti
ubriachi
di pecora assetati una
zampa alla
carne mai feriti
in
di-lungate sommità smarriti in
anabasi
d’onagro spintoni sono
jumbo e
Graf Zeppelin, motori bi-
motori di
Fokker luccicati
a colpire
sfrecciare Mustang duri
lance
carlinga carburante sono
puttane
altolocate, le
spogliarelliste
a
tavolino le
avventrici
in pelliccia le signore
di prima
classe-sala-fumatori scese
a testa
all’ingiù per de-collare per
risalire
tracollati abissi e
sanno
l’alto-dei-cieli, sanno come
l’ala si
spiega e la navaja
chiara del
colore
s’appende alla farfalla come
s’incrina
l’azzurrina nuda
strapiombata
latente
orma d’ozono. Io
decretai,
decisi, io-mi-decisi
d’appropriarmi
d’avere
possedere di
de-florare
le gloriose
scarpe.
Quella
uccellata
gravità quel breve
rostro di
pelle. Io-dico-dico-dico
ch’ero
venuto al mondo per volare e
stancarmi
al pulviscolo ma pure
a fiaccare
le palme di Babele. Io
sapevo, io
quasi pre-sapevo
che un
rincorrere enorme
m’attendeva, che
l’azzurro
frustava le mie spalle.
XVII
Mi spostai
senza tregua non avevo
più
equilibrio sul capo non portavo
né
cappello né cencio oltre i cortili
con un
laggiù-più-giù spinto nei cedri
rinsecchiti
sull’angolo
vedevo
la rimessa
e il pollaio anche la scrofa
dal sedere
di donna il lastricato
e il
ripostiglio degli arnesi la
scalea
nella ruggine il petrolio e
il
non-più-verde e la padella untuosa
accovacciata
sul
fornello come
un
deretano su un bidé ed allora
io il
gitano il mulatto io il non-meticcio
né
cherokee né gringo né italiano io
cambio
d’olio e di gomme io me ne andavo mi
facevo
invisibile fuggivo
dove i
freschi cedroni di lamiera
dove il
becco di gas dove gli scuri
dove
l’insegna dove il pasto-e-letto mi
versavano
in faccia un caffè scuro. Io
per i
buoni e i cattivi io solo io solo
Robert
James Fischer, bianco di Chicago
socio
dell’YMCA, io sempre andavo e andavo e
m’annaffiavo
di
pioggia e kerosene io
rincasavo
io mi ricoveravo - una
branda di
sorba - permanevo
nel mio
oltremare di svegliata diga.
E ogni
dimora mi trovò, mi diede
una testa
in penombra uno specchiarsi
abbrumato
negli occhi - vento e reni - né
fragore né
strepito – sicuro - né
violino né
armonica né uomo
né animale
né fiera, forse solo
un
orologio sul cruscotto, nel
garage che
strideva spappolato-
ora e
secondi del suicidio - che
ringhiava
ai passanti si chiudeva
nella
bassa stamberga del mio cuore. Io
disteso
sul letto, io già spogliato sul-
l’ovale
del cesso sull’acquoso
se-semicupio
in
verticale tutto
maioliche
e piastrelle io-proprio
il
mai-trovato il mai-presente il muto
sempre-assente-presente
in
ogni luogo
io
gagliardo-sbarbato io bello-in-volo
come un
giornale o un Jesse James, lo sparo
sempre
dietro di me nella dogana
calma di
neve ma più viva viva
di un
terreno a frutteti si muoveva
mi
tallonava mi seguiva-guida
e
spirito-guida vaso e fiori capo-
tavola e
capo di speranza e
io
l’accasato io l’ammogliato io come
mai
nessuno sposato nella Donna di
di stanza
in stanza io senza sosta-tregua
nescafé
sulle labbra come un bacio
troppo a
fondo stampato stropicciato che
mi
succhiava che mi risucchiava
quadro
tolto all’intonaco sporcato ero
e non ero
con me se mi calavo
a peso
morto dentro il fieno mi
grattavo
un foruncolo pisciavo.
Io me io
me per tutti Bobby Fischer
R.J.
Fischer per me razza di cane po-
vero
diavolo sfrattato ora
affogato
in pendici di cristallo
colpito al
cuore ma non proprio proprio
carcassa
solida di vita io
Bobby
Fischer polvere-alla-polvere
frac a
tempo di rondine, signore io
da sempre
malvagio parassita l’in-
vitato il
non-mai-desiderato
l’inquilino
l’intruso
il pro-prie-ta-rio e
il
non-mai-proprietario, m’installavo
di casa in
casa io non sostavo io non
mai mi
arrendevo io per davvero io
prendevo
possesso della Torre.
XVIII
E sulla
soglia che non c’era che
non era
una soglia ma una forma
d’ammazzato
nel
buio ora davvero Spa-
lancai, le
finestre io sì Ski-fato, spalancai
le
portiere e vidi vidi
beccheggiare
uno
stipite stormire un
gallinaio
per metà una preda
giunta nel
fodero che mi aspettava im-
pallinata a una più
tetra ampiezza e
strisciava
all’entrata mentre io avevo
le mani
forti sul suo muso ne
imbrattavo
le impronte.
E adesso
c’ero.
E
d’improvviso mi trovai pigiato
a un
cozzare di spalla che sfiaccava e
raschiava
raspava grattugiava
di tana a
tana un gomito appuntito, venni
a
scongiuri-di-silenzio venni
a un
origliare non veduto, a
una vanga
sinistra, a un traballare,
unghie giù
per la frusta solchi dita
polpastrelli
da
taglio scarpe bluse
dita come
coltelli. Ora potevo
ora sapevo
sbattere l’intruso
in un
rapido altrove, ora riuscivo
a
marchiare il mio nuovo domicilio
come un
bufalo a terra, a farci un buco
per
entrarci scaldato per dormire
dopo
veglie d’inverni, ora per caso in
cadenti
crepuscoli io padrone
io un
affannato capo-cuoco mi
staccavo
dai tavoli, potevo
far
sbronzare il barista anche coprire
insabbiare
le tombe dilungare
l’ombra dei tassi
forse coltivare
fiori e
teschi di zucca, ora sapevo
io, R. J.
Fischer, stendere teloni
sui divani
degli altri
riposare.
XIX
E la notte
si fece più vicina,
era un
groppo alla gola, un busto alzato su
schiarita
collina, somigliava
a un
ansioso scemare di persone in
oriente
sfinito, a uno smorire
quasi
troppo crudele, a un aspro
gioco.
E
il mio
pollice fu legno e alabarda, la
mazza-fionda,
il
giunco da pastore
per
sfollare le greggi, fu un suonare
di tonfo e
tonfo, un’eco d’archibugio, il
machete e
la roncola
ed invece
l’indice
fu la curva a nove code nel
domatore
di bestie l’arma chiara il
raddrizzarsi
nel
ring quel ricolpire, sotto
l’unghia
tremava una legione
di demòni
incalzati: bianchi
neri.
Fu una
serata come tante, c’era
un abbaio
di sigari sedevo
in esatto
dilemma d’espressione. Io
controluce
impomatata col
riporto
alla tempia me ne stavo
sotto il
tramonto e la resurrezione in-
odore di
Lazzaro, sorgevo
a
sporgenze di tenebra affioravo
sbucavo a
tempo mi spogliavo uscivo
dal più
gelido affondo della frana. E il
nemico
inspirava respirava,
espirava
diacronico tonale era
un do tra le i
cespugli un ritornato
movimento
di costole formato
impastato
di schegge mi attendeva pre-
vedeva che
un calcio di fucile
gli
rovesciasse il mento in su gli fosse gli
sbattesse
gli quasi rivoltasse il
semi-cranio
all’indietro
che un molare
fuori di
bocca che un sangue d’incisivo
un osso
marcio un resto di saliva si
rapprendesse
e
si appostava come in
un gancio
alla Patterson e
attendeva
come chi
perde e che non perde, vago ri-
posato e
gentile, forse
muto. E
a un
tratto guardo e a un tratto dico dico:
morte ai
fottuti bolscevichi dico
morte a
quanti coltivano storioni
sdraiati
in oro e povertà, alle mani
fatte a
palate e dico morte
morte.
La
lancetta tremava al polso bruno si-
mile a un
altro capillare, l’a-
vambraccio
avventato, quel sottile
sferragliare
di
tenebre che adesso si diramava si sfiancava si
svestiva a
cospetto di una chiesa in-
vischiata
alle nottole sul ramo sul
lampeggiare
dei
piantoni dalla
folgore
immensa sui
suoi moti.
Ne
avvertivo il pesare nelle scarpe
frizionate
di fresco e in alto avevo un
ossario di
nocche che rotonde troppo
rotonde in
si’oscurato viso, tam-
burellavano
qua
e là precise, pre-
cipitando
in altro oliare-dare
acqua
verde ai cipressi. Mi
sorprese.
Mi
sorprese la notte e quelle sedie
quella
sedia smembrata che nei giunchi
era cane e
riporto quieta, quieta,
maglio su
maglio, rullo di catena, e
ancora il
pubblico e la folla e ancora
l’ingrandirsi
del
sonno nei tamburi la
sparatoria
abbacinata l’ab-
boccare
dei pesci, mi sorprese-
ro tutti
quei nasi tutti quegli istanti di
chiassoso
anzi-tempo, fui lasciato
come pacco
nel viaggio poderoso
di un
Santa Claus venuto a brace. Poi
non vidi
più nulla. Poi di nuovo
nuova-mente
la
mente che sgorgava
da muschio
e botole infrascate che
li
raccattava li scostava li
cacciava
nell’ombra, li puniva.
Rossi
arrocca-
te dico
agi-
gitatori,
moscoviti dannati non vedete non
sentite il
fruscio dello sciacquone non
capite che
sono sveglio che-che mi
rigiro mi
rivolto che
mi
rannicchio nel letto ora per primo
fatto-randagio
che
mi voglio-devo
chiudermi
in bagno non venite non
seguitemi
dentro state
indietro.
Ma
loro
i-miei-la mia-famiglia-loro
loro i
parenti e non-parenti quelli
che
vengono a strillare a dire salute-gente-eccoci-qui nel
giorno
della
Pesah, e di Tutti i Santi già
satolli di
punch di scatoline
e cosci e
calici di
selz a
deglutire
ad assaggiare a fare
e
discutere il rancio con tua madre a
dire
bravo-sei-cresciuto-bravo che-
voti-prendi-a-scuola-
bobby-bobby
un
pizzicotto
alla guancia, un cinguettare
di
otturazione di masticazione di
smalto e
protesi spezzata e infine
un fiatare
di vino-senza-vino, di
cocacola,
pepsicola, solo
brodi
analcolici e giù bava
quadri di
poker e di tovaglia. Loro
comunisti-giudei-gente-comune
farisei
decabristi bracconieri
cuccioli
d’amish figli di rabbini,
trombettieri
italiani
anabattisti
neri
battisti prole di sgualdrina
spie del
kgb portoricani mi-
gratori e
gregari, fanti
fanti.
XX
Esco fuori
di lì mi tiro dietro
la porta
bianca scaglio sulla nera
un
crosciare di carica mi muovo
tra facce
gonfie di cazzotti, sono per finire
scardinato
e affrancato, rinverdito
da Volga e
suoni di betulle io muto io
che
scavalco il lastricato e vado
diagonale
e traverso-verticale
ambidestro
e mancino oriz-
zontale,
me-
ridionale,
longitudinale,
laterale e
diretto, io-proprio
ora
che il
ginocchio sovietico ha picchiato
su una
gleba di salme ora
che ora
s’accanisce
sugli
argini si muove
come
radice d’anulare troppo
costretto
in un cerotto grave
forse
sottile scheletrito un
entrare
nel guanto un callo e dietro
un’unghia
mezzo rosicchiata un tetro al-
libito
avanzare della
folla.
Poi, poco
a poco, questo brulicame, questo
capro
espiatorio si divide, ar-
ticolato
di-sarticolato in
molecole
ed anime neuroni uno
e poi
l’altro non più massa non
più pane e
focaccia tana cova ma
separate
identità d’ostili u-
nità
singolari, volti, cifre
decimali e
molteplici, monete
forre
lupesche, blu di selvaggina
divisa in
strisce di frisone, graffio
di polvere
da sparo,
sparo
crepuscolare
cadenzato
moto cre-
pacuore
vermiglio batticuore.
L’energia
la parola o non-parola. La
non-parola
che si scava cava
come una
calza di Natale come
zanna di
Giuda come una camicia
tratta
alla forca e poi d’innanzi quasi d’un
tratto
l’Uomo e il suo cascare che
si slancia
all’attacco che s’immola
che
s’ammala che geme che defunge,
muore-nasce-sostiene
sulla
croce
il suo
vestire dondolato tace tace e
sprofonda
in crudeltà sos-pesa.
Da
tramonto a tramonto, nella sola
Chiesa di
Cristo dove chi ha tradito
rimbalza a
palla e redenzione come
un frutto
un cranio un colpo d’esplosivo
come un
pezzo di crosta masticata
dal viso
adunco di un ramarro un grumo
di
latte-sangue-strepitoso-
vino.
XXI
Padre,
io mi
piego al tuo sedile, sbavo
lungo i
tuoi occhiali che di galapago
hanno un
vecchiume di corteccia nel
fondale
dell’erba, allo squittire
del cuoio
a tempo dell’in-tempo nella
sfolgorata
calvizie del biglietto tutto
intero di
terza al prezzo al bivio tu
presente-mancante
a
chi ti vede
smoccolare
serale altalenare
in preda e
strisce di calzoni ri-
destarti-destarti,
camminare,
piz-
zicarti
gli zigomi cantare
nelle mani
ad imbuto rasoiare ra-
soiarti la
faccia rincasare mi-
miracolato
poi rialzato già
seduto,
poggiato alla lettiera, brin-
dare in
ossido e orinale stare a
mezzo
sdraiato trattenuto.
Il
il
bicchier l’acqua e l’aspirina poi
l’insonnarsi alla tenda,
lui
ti prende
e t’imbecca ti soggiace
ti
costringe all’incrocio con le spine
accecate
sul labbro, la paura,
un
battaglio che morde, una poltrona-
letto nel
mezzo di un furgone che
ti dice
sta’ fermo non parlare
strizza i
braccioli sta’ seduto chiudi
la bocca e
la serranda. Taci.
Tu, il sitting bull,
la guardia forestale,
tu,
Thathanka Lyothanka rannicchiato
sul tuo
vaso da notte sul tuo licet
sul tuo
casco d’indiano, sul tuo
trono
Tu
che abbai
contro i fari, che possiedi
lombi pieni di
polca che ti pieghi
siedi e
t’innalzi alla maceria sei
fustagno
di marca naso a cuore
incollato
a un pagliaccio tu perduto
registrato
all’anagrafe spugnato
cancellato
per sempre, non-signore,
mon-signore-ecco-il-figlio,
ecco lo
vedo:
viene al
pasto più grasso vedo vedo
ecco che
torna al genitore il buono
prodigante
bastardo ecco il tuo lupo
ecco il
tuo bobby che ti annusa che
ti porta
il giornale che ti strema fra
l’osso
sacro fra le dita dita
ar-ti-co-la-te-fi-sar-mo-ni-ca-te
ecco lo
scricciolo sacrificale,
l’ictus
l’X del tuo abbraccio il figliol-prode,
ecco il
figlio di Erode che ti trova,
ecco il
prepuzio che s’avventa che
cristianamente
ti
tenzona, ti
tiene in
mano come una candela lo
stoppino e
la caccola ti tiene
ti si
conviene ti rinviene viene
al tuo
adiposo genocidio o in-
fanticidio,
uxoricidio-
cidio.
Riconoscimi.
Iscrivimi.
Battezza-
mi,
sottolinea il mio nome, di’: d’accordo
rinuncio-a-Satana,m’asper-go
bagno
ogni parte
di me nel tuo cattivo
gusto di
chianti nell’asperger-perger che
mi mozza
la voce m’accompagna
a
ritrovata identità Ri-sorgi
contro di
me abbisognami-abbisogna
il mio
fresco be-bop di ritardato
erudito e
asinino svuota vuota
la mia
testa di legno e il suo sbandare
contro il
muro del pianto - nevicava, io
da bambino
quando c’era neve ne esultavo davvero m’esaltavo
e se
smetteva poi mi deludevo mi
deludevo –
dacci-sotto-vieni
al mio
chiuso nitrire nella staffa
che
t’innalza alla corsa che t’incide nel
principio
di tutto, ti re-
dime –
nella mia fine è il mio principio -sorgi
al mio
sorgere, concedi-cedi
la
vittoria ai perdenti. Ora. Di-
rocca,
dirocca arrocca sul mio dire-dire.
XXII
Torre e
casa poggiavano sul colle e dissi ancora tu
di me più
certo, tu
di donna
più debole tu fuco
d’Ape Maia
accoppato suicidato
ingiallito
nel miele seppellito io
t’intiepidisco
alle
mie esequie ti
perdono e
ti libero ti sciolgo io
come-quasi-amante
ti
respingo
a galassie
e cloaca io ti conduco
fra
piacere ed asprezze diagonali io
ti
schiaffo sul pugno l’altra guancia.
Tu
di-amante sull’indice, preghiera,
ingiunzione
comando
ordine pietas,
tu
proiettile entrato tra le schegge, sci-
volato a
crepuscolo d’imene
e di letti
in disordine. Tesoro. Te-
soruccio
di mamma. Coccolato.
Coccolato.
Viziato. Preferito. Fatto
così.
Baciato dalla sorte.
Bagna il
mento nell’Atkinson. Io sono
Madre e
Regina sono ancora forse non
congiunto
al divorzio, la criniera
di
giumenta che bruca all’annottare, la
cremagliera
la
locomotiva il
diretto
per Woodlawn, il non-orario, il
deluso
alla neve, e tu che a sera
tu che hai
messo l’accetta sul mio viso
strofinando
i
miei geni, spezzettando
muso-su-muso-naso-di-semita
tu che hai
fatto strillare oltre la vita
l’amaca e
il seme il fischio il frullo vano
in
semi-tono della mia caduta, la
gobba il
palpito quel freme-freme-re
d’ala in
tenue narice l’aria pura la
la
respirata aria serale il naso
bruciacchiato
dal
napalm tu che sceso
a notte
gialla mi hai nazificato
al
di-razzare di una donna al vento
del sukkot e
dell’acino a sventare
il cedro
il mirto il larice il palmeto, il
il sefirot di
mescolate grida
e
d’arcuate candele, dalle braccia
braccia di
donna-braccia-di-mezzana,
scollo
potente sempre inalberato
su
battaglia a cuscini sul cuscino nel
grondare
dei sogni per assioma ro-
rovinati
da morsi di persone
non ancor
bene personificate, nel-
l’eccidio
negli incubi nei volti sui
fazzoletti
stropicciati dal-
l’alfiere
all’adultero al buffone al
folle al
matto all’artigliere al bruto.
Io
qui
schiaccio il grilletto sui tuoi piedi io
ti
schiaffeggio in nome del Signore ti
ripudio e
ti adultero io qui sono
il marito
tradito il beffeggiato, io
Tonius
Fock, la morte e l’indovino io
mi gioco
la vita con la falce.
XXIII
E grido e
taccio, io mi silenzio e sputo
sul
giullare in mutande sul finito
carro
d’asfalto, il Chrysler incenerito
nel garage
di mio padre, la carrozza-
carrozzeria
della
sua Ford nel vuoto
del
fonografo azzurro-Sarah Vaughan
troppo
acuta di bassi io canto rido
sulla
bacchetta sulla fede d’oro
sonorizzata
dentro
il mitra rido
sul
direttore e il suo becchime vado
al di qua
di me stesso. Forse. Nato.
E lo zar,
l’operaio, il bolscevico,
lo
stalinista, il pogrom-ista, l’uomo,
il
condomino povero, l’iniquo
delatore
dei figli, l’uomo, l’Uomo,
l’assassino
e
l’autocrate fu solo
un grande
pacco di silenzio stava
con le
mani alle tempie, gli occhi scesi
a balconi
di palpebre regnava
come un
padre all’inferno, un candeliere di
settemplice
fiamma.
Ed io mostravo un
tatuaggio
di Reichstag lo guardavo io
nella
mia grande Nacht
der langen Messer,
scarpe e
giacca alla moda bei baffetti
gemelli a
punta d’esplosione mani-
che
strette a elastici vermigli ali
a passo
dell’oca io solo solo
di meninge
affilata di pensiero
tra-sognato
e
compreso io-si-di-nuovo
afflato in
punta di forchetta acceso ac-
canito
guizzato proiettato,
balestrato
su sciami di pivieri.
E il suo
sguardo era un urlo di digiuno,
sulla
tempia spianata inferociva
dal
fendente nel petto al gran finale
e dietro a
tutto l’immutato
naso.
Faccia a
faccia poi muso contro muso. Poi
morsa-quasi-contro-morsa.
C’era
una gran
selva un’accigliarsi come
d’aquile e
ruderi cenciosi un
viavai di
sottane uno stentare
tra dito e
dito e c’era-c’era ancora
uno
studente fuori corso c’era
un’enorme-rossiccia
scottatura
di collo e
braccia sotto il sole c’era
un’attesa
di perle un passeggiare
una rumba
di luci una-per-ora
troppo
tenue vedetta un ponte d’oro
da dente a
dente un ponte già imbrunito
fra paludi
di palpebre un arcuato
non-mai-compreso
sopracciglio,
duro
come una
fune da bucato tesa
tra
gracchio e scorza, un rinfrescato
dito.
Lui mi
guardava-ah-si-se-mi-guardava,
tutto lo
sguardo in un sol occhio e l’altro
orbato in
pieno da un’estrema cupa
innescata
ansietà di botta in tuono nel-
l’ascella
spiumata nell’incavo
di un
ciliegio e di un condor mi parlava
al di là
dell’orecchio ripeteva
tra
pendenza e patibolo diceva
prega-figliolo-pentiti-rinnega
il peccato
la foia la lussuria il
delitto
d’onore il furto il malo
matricidio
arrabbiato l’aggressione
del
grassatore del sobillatore del
brigante e
del ladro del
suicida.
Ed io gli
dico io gli-proclamo-dico:
allontana
lo stinco dal mio seme,
cambia
casa e indirizzo cambia nome
identità
certificato di
nascita
morte matrimonio sposa cir-
concisione
residenza vita pro-
fessione
di fede domicilio.
Retrocedi-sfinisco-retrocedi:
altro non
sei che un fondo di calzone una
stampella
un rosso di pedata
tra
chiappa e chiappa un’altra ragnatela sei
una suola
sfondata un tramontare
presto
sbiancato sei un pierrot
un pedone.
Tu,
moccio
grigio, resto di
stoppino, ciotola
d’acqua a più canili, muco, tu
mio bilico
d’ossa tu malsano
colpo di
tosse e sputacchiera come
mezzo
tacco scollato spurgo fame
che
raccoglie che quasi-senza-quasi
che
raccoglie qualcosa che si piega
a
raccogliere a-forse-raccattare
un oggetto
dabbasso che si inchina
o mio
stancato che ti chini chini
troppo in
basso dall’albero che giuri
giuri e
spergiuri vieni al traspirare
di vetustà
d’asperità di posa.
Hai
una mano
nell’acqua, sbalzi, tieni
cose su
cose, sei scalzato, privo di
pane e
orfanatrofio, solo.
Tu, che
non spacchi l’aride vetrine
della
Fifth Avenue, che non hai paga
al
cospetto dell’alluce, cammini
sì-cammini,
procedi -cedi-cedi!-
traccia di
fionda in campo giallo, seme,
cane su
cane coda-tra-le-gambe tu
pianoforte-a-coda
fuori-d’uso
che
stecchi in
folle che trascini in prima il
calzare e
la pianta la misura
troppo
grande per te rovini-muovi
venti di
tromba li coltivi imbevi
da gran
fiumi di brocca ne ricevi
a bicipiti
aperte il diroccare la
sgolata
vestigia la canzone
dei
non-mai-seppelliti la deriva di
cancellata
cancellata pietra.
Hai
assaggiato un marsala funerario hai
tagliato
uno strato di locusta, ti fai
colomba e
esterno destro. - Sali! - gemi
sul prato
spezzi il verme in
in due
lacci contrari sei fragore puoi
strisciare
sul muro scoppiettare
fra cucine
economiche piombare
dal
belvedere a testa in giù salire
come
nessuno è mai salito.
Dopo
i gerani
alle finestre dopo
le cascine
e le strade e i marciapiedi
curvo di
donna giravolta, giro-
e scossa
di raffica ri-vieni e
nidifichi
in volo provi steli
colmi-ri-colmi
d’ascendenza-ascesi,
testa
busto
granito torso mole
ammassata
nel fango lancinata
in pena
d’aria in spasimo di cielo, in
ficcare di
artigli, forse breve
saliscendi
sul petto tu che lieve tu che
ti levi e
non sei più tornato
da un
raccolto di terre non sei stato
calpestato
da femori di grano non sei più
sporco non
sei più annegato
in un
fresco di lacrime e ti pesa ti
corona le
costole tra poco ti
spaurisce
ti lancia ti racceca
sempre più
in alto, e guarda, sali.
Sali.
XXIV
Un
guardare nel nulla, lo sbrinare sulla
scala
antincendio, ecco e s’appicca
fra i
capelli una tegola io ti vedo sei
il figlio
maschio tanto atteso sei
una fonte
a battesimo una crepa un
fazzoletto
annodato fra le piume raschio
e planata
forse un altro ancora
parto
vermiglio, cena senza cena.
Ora
t’inerpichi ora senti vedi barcollare la tuba del
sovrano
tu, l’affaccio negato alla cattura che
non hai
colpi che ti sei smarrito dal
tuo
cavallo inginocchiato oltre
il niet della
torre oltre le risa
dell’amante
e
l’amante nella dama
nella
calce sui corpi invano ora
colti sul
fatto ora addentati tra
unità e
giarrettiera ora puniti
colti
sorpresi in unità
ghermiti,
a-
dunghiati
e snudati presi,
presi.
Rosso-di-sera
-io-qui-ti-onoro,
vedi mi
rimetto ai
tuoi piedi e piscio e nuoto
nelle tua
fogne io adesso ti segrego
nella
camera d’aria del mio diesel nel
mio
portabagagli io ti rinserro
come una
protesi dorata, io
il
tutto-fumo io slip d’alba d’aurora che
rincorro
farfalle sono prima
come un
bambino nell’enorme vaga tua
coscienza
integerrima io volo io
spulcio
croce e torace io mi rallegro
sullo
spasimo estremo nel tuo sacro
affiorare
dal fango di
nessuno.
XXV
L’Altro.
L’altro e nient’altro.
L’Altro.
Solo.
Solo un
Altro più brutto, un più Cattivo
al di qua
d’ogni uomo-non-più-uomo.
Poiché mia
madre mi sbatté alla luce e
mi depose
al contatto mi scoscese
(tatto e
contatto pelle e contrazione
co-abitazione
ri-con-centrazione
co-operazione
fissità
con-tagio)
a co-amare
a con-stare a con-statare
l’Alterità
e l’Altra metà, l’Altrove
dell’Altrui
e
l’Alter-ego e l’Alternanza la
tracotante
transustanziazione
tra due
facce due spasimi
due pesi due
bretelle
alla moda, due cimieri.
Lo
folgorai sui polpastrelli, feci del
suo muso
una clinica un penoso
bianco di
sberle, lo distesi-stesi
tra palmo
e palmo di regina misi
una buio a
una mano e all’altra mano lo
innalzai
nell’aceto lo deposi lo
aspettai
di deporlo di fasciarlo di
perizomi
giunsi al suo allattare lo
lo spillai
fra l’incudine e il boccale lo
lo
zampillai nella fontana, nella
traccia di
sterco. Mentre stava come
un quadro
al muro troppo sporco come
un gran
verde di mosche alla testiera, colla
su colla
piede contro piede
spugna e
voglia di luce mi fissava
calpestato e pestato mi
pesava
fra un
arto e l’altro si raccomandava, mi
diceva ti
adoro sei davvero
il
migliore di tutti era sembrava
sbronzo e
umiliato inebetito schiuso per
un angolo
brullo di sepolcro.
Come una
torre come un grattacielo o
un asado fiorito
germogliato
nella
conca di Dio. E d’un tratto io dico
dico non
mi tradire all’apertura quella
che sgrana
le mascelle toglie
unguento
alle salme non-gli dico-non
mi tradire
non ti ricacciare nel-
l’obitorio
nel penoso androne.
L’apertura
è Abbadon è Babilonia,
è
gli asini
e i fuori-dalla-classe i nati per
non
porgere mani vergognate
a un
righello d’acciaio per coloro
che vanno
e tornano da scuola in
un chiuso
di stalla per ragliare
per
scappare da mamma scalpitare
la
carcassata metamorfizzata
onestà di
monello, l’apertura
è una
cattedra a pezzi è stare in piedi in
un bus di
Montgomery è la fede
in zio Sam
e Dio Padre, è un nero-nero col
biglietto
scaduto l’apertura
è il
torace carponi del becchino
il teorema
degli altri, l’algebrato
battere il
tempo sotto i santi, è pure
la
violenta violenta mozzafiato
minigonna
nell’ombra, è il non-sapere,
l’esitante
nervosa esitazione.
Cosa,
chiedi-gli
chiedo all’apertura?
Ora, in
quest’ora-senza-più-quest’ora
in cui il
motore retrocede siede
pesa
sull’erpice s’affila,
in
depennato-cancellato gesso, nel-
l’astrarsi
del giorno, nel grondare
nel non
grondare così fitto contro
salto e
vertigine nel fiato
sui
connotati sulle occhiaie sui
listoni d’un vecchio
imbarcadero,
Uomo
o
nostromo,
capitano,
Sire
dico:
non mi
tradire.
All’apertura.
XXVI
L’indice è
un vecchio così magro, è un seme
chiuso in
notti di scheletro, un sottile
zigzag di
taccole atterrate
forse
mago tra i
magi –fatto cieco
sulla
spalla dei figli, è il miagolare
di una
tromba da nebbia, un arrembare
di marinai
sulla coperta un silo
un
gracchio un no
l’acuto di un soprano è
una
mantide a nozze un lieve fiore
un
vessillo pirata un orbettino una
flebo al
suonare della vena
di un
malato di cuore un verme un tono
anzitempo
stonato, forse adesso
l’oplà nel blu di un altro
grillo, il
coltellino
di un barbiere, il duro
graffio
nel graffio, graffio nell’ucciso.
L’indice è
l’albero malato,
un vago
decimale
di nuvole un pastore
tra
mascella e battaglio, è quasi fame,
un
rizzarsi di penne, lo stridore
di vanga e
vanga sui sepolti, è il primo
maschio
che piange è un ringraziato grigio
filo di
perle sulla Madre sceso
a colostro
e capanna è il vino acuto
al pasto
insonne dei congiunti, uno
schizzo di
doccia, Tony Perkins
fazzoletto
e parrucca, grido
grido.
Ah, ma il
pollice razza di ciccione che
s’accoscia
sull’unghia sbuffa strema
in adiposa
avversità, tenace,
basso e
tenace nano nano,
nano ego-
centrico
gnomo, cucinato ma
ancor vivo
cappone, dio sbozzato
da
fisarmonica d’affanno, grasso e
prosciutto,
quasi
faraone
troppo
corto al sepolcro, lui, piccione
tra le
colombe, chiazza di falena
tra le
farfalle variopinte, sego
a cera
vermiglia, pollo in posa tra
fagiani
dorati - pietra
pietra.
Che
si sposta
accaldato che s’allena
in
palestre e salita ecco s’annida an-
simante
fagotto si sostiene
sangue in
mano ai masai - si desta, stira s’ap-
pollaia e
si appoggia a mezza vita, poi
ritorna
abbassato alla panchina torna
a colpire
si risiede come un
peso
massimo all’angolo o sul serio co-
me un uovo
deposto un gran felino
troppo
sazio di pesce faccia al suono
del gong
del dente ciondolante, è
spiazzato
dal picco del dolore.
XXVII
Per chi
ricorda la miseria, lo
smemorarsi
del bene, per chi viene
da un
viavai di cassoni per chi è stato
rannicchiato
fra
tacca e sgabuzzino la
razione di
latte nel sicuro
pezzo a
forma di specchio, nel carcame
appiccicato
al
lavatoio coi
capelli
sul pettine, la strada, una
stufa
intasata, un grande muro
senza
botta d’intonaco, statura
fra
soffitto e minestra, per chi dove
ogni cosa
s’estenua si deprime
s’inginocchia
nel
gas, procede
piano
a funeree
stoviglie per chi è stato in-
gobbito
turato all’angolino ha
mangiato
alla folla e all’evasione ha
orinato
per birra si è chinato a
un
crollare di giorni, per chi infine
si è
incavernato forse si è buttato
giù dalle
tarme
ecco
si
strema-estenua ma
sorge
insieme al colosso di granito la
carceriera
delle dame, viene
a
disciogliere chiome a radunare
lacrime e
fuochi rinselvati la
dimora dei
massimi sistemi
dei
sospinti alla forca dei paesani
delle
megere e delle capre andate al
di sopra
del colle, della pira
ecco-sor-ge-la
torre, che
l’asse
dio-
muo
ve-a
aperta
colonna
la magione
mai disperata
la tenace-pietra-che
dal suolo
si stona, si
alza
stira.
Io
sfondai
l’uscio io
m’inoltrai compresi
frasi
d’amore cavalieri ca-
primulgi e
donzelle io mi sorpresi
uomo
sbarrato alla tortura io, la
pedata,
oltrepassai il burrone col
mio pugno
di dollari e la presi
in suonare
nervoso di abbaini
sette a
sette crepati disastrati con-
ficcando
l’aurora cupo ostile
m’inoltrai
m’inoltrai con le mie nuove
scarpe di
roma di parigi che
l’aguzza
dentiera dei mattoni
non
spellava alle punte non
scheggiava.
Io, il
tutto-nuovo lucidato a nuovo, gesto
tic
contrazione scavalcavo
sciami di
lettere e acquazzoni ed ero
lava giù
per le balze trascorrevo
oltrepassavo
getto
dopo getto
fiume-oltre-fiume
mi
curvavo mi
quasi-troppo-mi
sporgevo
con-
templavo
dirotte miniature
di
passanti e di greggi ma-
turavo,
rinascevo-io-si-mi-trasfromavo in
panorami
illuminati sgra-
nellavo il
vedere e il non
vedere.
Io,
R.J.
Fischer, dimoravo piano nella
casa-su-casa
su
radici fon-
damenta e
pilastri su doccioni
e
piedistalli già stallati, avevo
la mia
torre di pietra sulla testa come
un
berretto bisunto una visiera
un pan di
zucchero un chepì una tiara
un
cilindro alla moda un cappellaccio
alto su
slancio di cavalleggeri. Io
portavo
sul capo
una
Corona.
XXVIII
L’Uomo
abboccò. La palpebra schiariva
il suo
globo di cefalo che l’amo
strapazzava
alle
viscere, sdentava, l’Uomo
picchiò un
san-pietro luminoso, venne
a lenzuola
fatte a strisce sul-
l’affaccio
a ponente, serio.
Serio.
Sì, ma di
colpo sogghignante fra
bagliori
affossati si torceva in
fretta e
fiamme in riga di clarino, un
vuoi-ballare che
centrava il viso il
guanciale
ammaccato, si-nel-vuoto
disordinava
le
coperte come
un azzurro
di donna, mi
guardava.
Musica
e ascolto
nell’orecchio, aveva
un rilievo
di laghi sulla tempia, sven-
ventolata
a segnale, a piena grida. E
io,
l’alzata dei lupi, io l’assediavo. Io,
R. J.
Fischer, m’inoltravo entravo
fra
bocconi e ruggire ma lui era
lui era
un’agile nube era un fuggire
di
carcassa e di nervi, chioma, odori,
colpo di
testa, faccia come ovale
accanito
alle borse, si ri-stava
al
sisma-scisma che di rabbia in quiete
sospendeva
nel tempo l’edificio,
finché poi
sollevato, ora per ora
divaricato,
sbilanciato,
stretto
fra
chitarra e chitarra, atemporale,
temporeggiava
s’avvinghiava
come
un sax disenfiato,
e somigliava
a un
peso-morto sì pesante troppo
gravoso
alle sue arterie, nel
cipiglio
del mastice del
cuore.
Un
rumore
svegliato e la bufera gli
latrava
alla testa, lo colpiva,
lo
scappellava gli stampava in viso
un mangime
rognoso gli mostrava
balaustrate
letargiche
giù code
all’entrata
del
cinema e nell’aria un
marmocchio
che urlava si premeva
un sole
acceso sulla guancia come
dopo un
ceffone e allora io vedo
ah, i
bolscevichi, e
e il
Secondo Congresso, e il Capitale
e il
vagone piombato, la paura,
Stalin e
la testa dello zar, lo scudo,
Stalingrado
divisa,
Kirov-Kirov e
il
Consiglio del Popolo, il terrore,
la guerra
fredda e
tutto
viene insieme viene
adesso
alla torre bussa piano
piano-forte-fortissimo,
e
mi chiede
di
sottrarsi al di là del forte ariete
che come
un uomo incontinente stava
in fila
aspettando ai
vespasiani.
E io, i
pidocchi nello shampoo, sceso
a tanto
urtarsi mi scioglievo ardevo pen-
zolavo
alla musica tracciavo
rose
sfiatate e anse di spade e avevo
la sua
piaga nei rovi e la
incallivo
da botto
in chiodo io sì la
disossavo la
frustravo
la credo flagellavo
la
processavo l’abbattevo ed ero
l’olio
bollente il crampo la calcina
un ferro,
un padre! un
masso rotolato un
crosciare
d’accetta un buio dopo
sterrato
in piombo e uccellatura io
arrabbiavo
la terra contro il fiume io
spalavo i
badili io
l’arginavo.
Io, R.
J.
Fischer,
strade di
Chicago,
giacca-sparato-di-velluto
drago
spiaccicato
alla
torre gli frugavo
nel più
fitto dell’occhio lo staccavo, a-
doravo il
suo doppio io lo guardavo
borsa e
borsa di sguardo smantellare
la potenza
e la molotov venire
al
cervello snudato allo spaurire tra
divano per
ospiti e palloni di
camicie da
notte a mungitura al
rombo al
pane a un fiore di vinaccia nel
fazzoletto-coi-buchi
sul
fragore
della
zucca a novembre ed era come
una
ruggine stanca,
un
raschio,
muto.
Gli colmai
le caviglie sanguinose, lo
additai lo
ritolsi al suo
vestire,
l’usai contro di me, lo cacciai dentro
una pelle
di vacca un’urna in-fame
di
deiezioni, di minzioni di
sostanza
in-organica quattrini
sotto la
coda dentro la vescica, io B. F.
né giudeo
né americano
né tedesco
né wasp né bolscevico,
da sempre
estraneo all’Internazionale,
io
l’abbuiato il garantista il Genio,
né zio Tom
né Nat Turner, io-il-senza-vita. Ah!
la forma,
la stele nell’impuro
cimitero
semitico, la fede
ebrea-scismatica-ortodossa,
il
perdono,
la grazia che negavo ri-
fiutavo al
suo straccio bianco-pace
già
confitto
nel legno, al cuore a cuore, al
rock-al-boogy-al-twist
delle
sue mani.
Ed ecco, a
un tratto lo mettevo in fila per
una terza
visione una lattina un
poliziesco
d’anni fa io ora lo
impigliavo
alla gogna io che sorgevo
tra
corpi-in-croce e mosche cavalline
jets di
carta carbone cerbottane risa
pallottole
di abbasso-evviva,
sul-
l’attenti,
io-sì, e lo scoppiettare
d’ingiunzione
e
silenzio…l’incarnare che
pascolava
sul bazooka…E allora…
Sorse,
fece uno
sforzo-Serse-mise
un
sopracciglio nella classe come
un
coltello nel manzo, il
Direttore
ri-tornò ritornò stanò di nuovo si
schiariva
la voce tossicchiava
tra
scettro e palmo alto di luna ed era
era in
maniche-adesso-di-camicia, senza
colletto
senza lenti un solo
gocciolare
di grasso un trasudare
da naso e
labbro di chicha
c’era c’era
afrore
d’ascelle c’era
in giro
puzzo e
stallatico era tutto greve
distratto
trepido in gran parte chino, stra-
pazzato
sul dorso, tutto aveva ri-
velava
l’attesa, la paura. Ma
guardategli
i
calli ma guardate
gli
stivaletti al ballo enorme, lungo
migrare e
avventurosa mandria, un ringhio
come
d’asprezza e luccicore, due
transatlantici
di
lusso due
pianole
stonate due Titanic una
messa e
poi l’altra due offertori
d’acqua e
di seltz, un paio di pinguini
di
cameriere inamidato. Io
maggese di
diapason forzavo
lo
splendore nuziale delle
parti.
XXX
Disse:
silenzio.
Disse: tuttinpiedi.
Disse:
fuoco su
Sodoma e Gomorra. Aspetta solo che
ti peschi
Fischer e
voialtri
là in fondo non-fiatate, poi
giù un
colpo alla cattedra, giù un tuono,
un rutto
un fuoco di cannone un roco
squillo di
tromba militare di
sifilide e
carie di cancrena.
L’aula fa
schifo-fa-guardate-date
questi
bifolchi questi senza-patria che
non si
puliscono neppure il…Voi! –censurò-
voi
siete-siete-siete
nati-sbucati
come
i vostri padri
per
zappare la terra non sapete la
sola
fides
dell’algebra,
Qualche
ebreo tra di voi? Qualche italiano
che non
merita neanche la galera – o
la sedia a
due posti – siete siete
un branco
di porci, siete stati
acido-fenico-spulciati-pure
spidocchiati
nel
porto di Ellis Island? Co-
noscete
George Custer, Abramo Lincoln,
settecento-tecentottanta-sette,
Hamilton,
Franklin, il basso di Elvis Presley?
crani
immensi nel Rushmore, avete fede
credete in
Dio nostro Signore, avete
ricevuto-mai-avuto
i
sacramenti?
Cosa
sapete della Chiesa-cosa?
Dei
papisti, dei negri, degli schiavi…Mai fatto
all’alba
il fritto di rognone? Data
e morte di
Washington? Preghiere?
Chi ha
spartito il suo coscio di tacchino coi
i
genitori, con i bisognosi, dicendo
grazie-dio-padre-dei-cieli
e
scalciandone
un
pezzo ai cani e ai neri?
Vi torcete
il cervello sui teoremi?
Vi lavate
le orecchie? Vi lavate
quelle
facce da checca? Forza! fuori:
gusto e
marca del vostro dentifricio! Lo
sapete che
il tartaro fa male che vi
mangia la
bocca che vi fa
puzzare il
fiato, lo sapete-pete che
il latte a
cena è meglio di una soda che
c’è sempre
una specie-sottospecie
di John
Barleycorn al fianco dei piselli
dello
stufato e del Kentucky Chicken?
Fuori le
gomme fuori tutte quelle
pallottoline
colorate,
i
francobolli,
i
tappi rari, le lattine
di coca di
gassosa… Prendete a calci
a quelle
figurine! Via!
i doppioni
dei pugili, dei santi dei
rugbisti,
dei pusher, degli attori!
E
ricordate, io sono come un padre, come
un padre
per voi, io sono stato io
ho
condotto all’altare vostra Madre; l’ho
recata al
Vicario, l’ho impalmata, l’ho
con-templata
in
abito da sposa, bella
come una
nuvola, ancor pura
come un
giglio di roccia, esile, rosea,
fatta di
grazia e castità, velata
come-quasi-una-monaca,
teneva
gli occhi
alla Croce, e poi, di sera sera
io l’ho
guidata oltre la soglia, l’ho
portata in
braccio nella c-casa-casa,
bianca,
nievea, fugace, le ho soffiato
i capelli
dal volto, le ho sfilato
la chiara garza dalle
guance, piano per
non farle
paura, l’ho sfiorata
appena
appena con due dita, era
un fiocco
di brina, era un bocciolo, uno
stillare
di rugiada su
corolle
d’anemone ed aveva
tutto il
corpo soffuso dalle rose, le
guance
accese solo un poco da
un sublime
rossore e allora e allora io
con
dolcezza io con estremo amore
con
verecondia e con pudore con
devozione
e silenzio ho cominciato a
a
spiccarle tremando uno per uno
i bottoni
sui fianchi. Oh…
e il suo
vestito
timidamente
è
scivolato al suolo
come un
parto ancor tiepido e lei madre, lei
la-sorella-la-vergine-l’amica
ha
avuto un
brivido leggero, si
celava il
bel seno con le mani
fresche di
piccolo sudore. Io
le ho
scansato le dita, io le ho sorriso, l’ho
sospinta
sul ciglio dell’alcova…Ha
mormorato
qualcosa ha sussurrato
una
protesta, forse una preghiera,
ma ormai
era tardi ed ecco, ho seguitato
a
spogliarla con garbo, l’ho persuasa
teneramente,
gesto
dopo gesto,
a giacere
sul letto, inerme,
nuda.
Lei ha
fatto come per alzarsi, c’era
un occaso alle ciglia, aveva aveva
i capelli
in disordine, era china, le
gote in
fiamme sullo sterno, ma …so-
migliava a
una morta, ed io impaurito quasi
intimorito
io ho azzardato, io ancora quasi schivo le ho
baciato la
guancia, sono piano
sono
disceso lungo il collo, poi
sulle
mammelle intirizzite, fatte
a
gonfiarsi di latte per sfamare
cuccioli
d’orso e bimbi americani, ne ho
percorso
l’ardente meridione,
le ho
disciolto le membra, l’ho sorpresa
slacciando
il nodo delle cosce, l’ho
stretta
forte fra le braccia come
una bimba
che dorme. Mi ha guardato, ha
avuto un
moto di sorpresa, mi
fissava
spaurita, supplicava,
quasi-si-supplicava
si
copriva tutta fremente la fessura che
ora vedevo
che guardavo che
veneravo
rapito sospiravo
bruna cupa
godibile arruffata
come pelo
di pecora sentivo
il suo
sguardo nel mio, l’a-corporale
corporale
miseria mi sembrava
un’agnella
in ginocchio ora pietosa sì
implorante
e pietosa gli occhi come
due
uccelli usciti da una gabbia due
beccacce
da preda due frisoni
tolti a
vischio e proiettile ma pure
ormai era
tardi la presi e il suo bel seno
mi venne a
mezzo di torace lei
sobbalzò
lei si ritrasse lei
modulò la
sua supplica e daccapo io
nuovamente
la toccai la stesi
tra
disordine e teschio le sospinsi
la testa
vuota sul guanciale m’ero
inoltrato
entravo nel suo nido col mio
crampo di
gemiti ed ero ero
già
nell’ossario lacerato al
di là del
suo latte del suo pieno
granaio
caldo di galline, andavo
più in
là - più in là - più in là - più in là
dell’uovo
rotolato
in altezza più del sole
che mangia
i corpi alla deriva più
d’un
raggio d’incudine d’un suono
da buio a
squillo di campana sulla
tazza
ancor tiepida colmata
di legumi
e di colpa, io Figlio-io-primo,
spento da
gleba derisione fato
io
rossiccio io peloso io quasi ingrato la
ghermivo
l’avevo tra le cosce
gamba e
gamba sui fianchi la
premevo.
Bella-dico-sei-bella
sei
una rosa
nel mio
vaso d’acciaio sei il mio grano
sei il mio
granturco sei la mia zizzania
la mia
ortica il mio fieno il mio covile
sei il mio
quarto di manzo sei il mio pane
tolto dal
forno sei il mio vino scuro
invecchiato
e
gagliardo sei il più sano
grasso
dell’oca di Natale sei
questo
pezzo di dollaro che azzanno per
sentire se
è buono sei il mio amore il mio
senso di
colpa il mio dovere sei
mia la
scavo mia l’invoco e grido la
sorreggo
la schiaccio la comprimo ne tra-
volgo le
natiche la immolo la
costringo
ad arrendersi a cadere
nuovamente
sul letto sono sono la
spigolatrice
che
si muove al sole
di un gran
delta a ponente l’epicedio
nella
bocca dei
morti e lei lo zero
quasi
perfetto e gemo infine gemo
una mano
al revolver una al bacino
addossato
ai cespugli al solco nero
delle
capre spiaggiate alla collina
alla
tonsura-per-la-tosatura alla lo-
canda
solitaria al brodo che un gran
cuoco
paonazzo mi rovescia dentro
il palmo caldo
della mano e prego
pietà-Gesù-per-la-mia-vacca-vacca
macellata
ed appesa, e allora allora
un
non-umano disumano acuto
di soprano
ammalato mi scongiura
mi
scongiura m’implora una più dura
tregua che
non concedo che –Dio-cielo-cielo-
lacrimo a
tempo fra le reni sono
in un
grande mattatoio dove
vibra il
liuto del panico l’armonium
del
piacere sferrato sulla piaga dico
sta-zitta-non-urlare-dico
nuoto
a lungo
nel miglio e sono sono
il
violatore l’inseminatore,
il
cromosomo il protozoo il piacere
lo zio Sam
il Winchester la bandiera
remo il
mio femore di stelle vivo
nella
terra e nel cielo la-de-
floro.
Ma
è
ancor-presto-di più-la muovo-dio-se non
la muovo
verbo osceno
nudità di
novena mai
compiuta
smuovo il suo torbido oltremare che
m’inselva
nell’alga che mi tiene
quasi a
picco nel fondo mi trascina
a
groviglio di canapa m’imbevo
in un
santo di tenebre. Comgiunto-mi
congiungo-al-mio-piombo-muoio-vivo.
Taci!-
insulto-puttana-non-urlare
non
schiamazzare
non
belare non
provocarmi
meno-male-male
che hai
sporcato il lenzuolo sta’ a vedere che
non debba
mollarti da tuo padre
come due
chili di patate e
una volta
di più una volta
sola il
piacere mi
sbava munge stride mi
sommerge e
m’avventa ed io la chiamo lei
non
risponde e io dico dico dico
Parla! Sta
zitta! Grida! Adesso! Grida! Ho
ficcato un
figliolo nello strame
della tua
spazzatura nel tuo ardore nelle tue
erbacce
delle tue rovine.
XXXI
È chiaro
adesso? E tu-tu-là-cretino con
le
orecchie più grandi delle scarpe tu
là in
fondo che ridi tu-che-scemo
scemo-storpio
mi
guardi e non mi segui e
fai
coriandoli di moccio tu
che premi
zitto il tuo inver-dito dito
e lo
appiccichi al banco forza-vieni-alzati-in-piedi
mostrami
quel muso
foruncoloso
tu
laggiù-tu-proprio stacca
la caccola
da sotto scatta fissami bene dentro gli occhi muovi
le chiappe
vieni al mio
sedere.
E il Re
depone la corona e io vedo
un ardore
di martora sul dito che mi
balza alla
retina mi guida
a uno
strabismo inalberato, io vedo
una falla
in rilievo rosseggiare
giù dal
sisma alla gola dalla piena
pappagorgia
decrepita,
un più nuovo
nuovo di
pietra solchi e fresca vita
che
geograficamente lo recide lo
rinasce e
l’inquieta, lo
rincuora.
Lui
che
innalza lo stomaco che viene
a fauci e
volpe a un più vorace gioco
d’equinozio
e
risposta. Io
non
perdono no- non gli-condono
la zavorra
segreta dei gattini
ammazzati
nel fiume e torno a riva lo
ferisco a
sinistra lo decido
a salire
al cavallo più appestato apro la
notte dei
calcagni, lo
denudo di
strisce di
stoppini io come un boia ampio torace io
lo
conforto io vengo al suo volere-non-volere morire… no.
Non ora.
Lo
stramazzo
al capestro bianco-
nero.
Ah, la
groppa che calco-peso-schiudo a
temporale
di staffile la bruna
gibbosità
fatta a brandelli, al
di là di
ogni santo, la sua ansiosa
fissità
tra l’avena, nel cortile
che si
sparge e si sporge si ritira, io
lo
divarico nell’acqua io solo
lo
disserro e sigillo io lo
catturo.
Lui-costui-egli-lui-lui-me-lui-pure
non
è nulla di
me non è neppure la
mia
ciabatta sotto il frigo non è
neanche
una carie, un’aspirina
un bubbone
un hangover
un’orticaria una
sbornia da
segale neppure quel
raschiare
nel lardo a colazione, non è
un
ascesso, non è un dolorare
di pus
giallognolo non è neppure
una fitta
allo scroto, un vomitare di
liquore
avanzato, un’emicrania, il
il piscio
il flusso il puzzo allo sciacquone non
è nulla
sì-forse-non-è-neanche il
serbatoio
di una vecchia Cuddy, lui
svenduto
anche usato mal pagato
nostalgia
del suo Mid-West, un pezzo grosso uno
da cinque
bigliettoni un tipo
da
funerale e sparatoria un
compare di
Al Greco, ha dentro il
cranio una
forma di calce uno sfrenato
bestemmiare
di
giubilo è davvero
il flit
nel letto un’aria chiusa proprio un
buttarsi
di coniglio un tipo
in codarda
boscaglia una radice che
dilunga le
nuvole un vegliare
su
corteccia d’olivo, ha una corona
d’inguine
e spine che non punge che
non punge
non preme che non brucia non
m’incute
timore ed ora io ora
ora lo
fulmino negli occhi chiedo: dove
hai messo
la vulva di mia madre
e il suo
bucato di mutande dove
in che
raffica d’acini l’hai steso. Ma
i suoi
bracchi m’inseguono, è un segugio
come di
quelli che la fanno dietro
a
Cool-Hand Luke, un’altra cicatrice un
gatto in
aria che rinuncia al peso
di un
uccello braccato che ricade
mi
cade-cade tra le braccia mi
corruga la
fronte, mi ri-fiuta, mi-si
rovescia
come un vino buono sulla
tovaglia
delle feste un nero sul
colletto
stirato sui
polsini.
XXXII
E poi il
ferro e poi il bronzo e la sutura,
l’armatura
sul sasso, quel feroce
memento-mori a testa
in giù, poi solo un
grecale al
di là dal falconiere e
l’insicuro
l’insicuro-ottuso
passo
nell’ombra, un gelido profilo
a soccorso
di polvere, quel grido
su folata
di folaghe
che vola
come un
solo uccellaccio come blusa
di
macellaio di garibaldino che
dà il
braccio in tremenda confessione
a Mistress
Putnam, e a Mister Hale, quell’eco
che
stramazza nel bianco, che s’estingue
e non
s’estingue, mi soprende-vede
spada a
mezzo di cervice mi-pure mi
minaccia a
voltarmi mi rintana
tra
zampate e molari, ecco m’in-fila
in
crepuscolo equino, sale.
Sale.
E l’editto
regale viene come
a
strombare le regole, e io-quadro-vento
a babordo
della luna giro
nella
stanza con lui che insedia-siede
le gambe
corte sotto il trono, pen-
zolanti
calzate e lui che dice
lui che
ciondola e dice meno-
male che
non
trovo la
cinghia dei calzoni per
sistemarti-dice-e io
proprio proprio io
ho la
testa nel sangue sono quasi
corna a
corna con lui sono cascato nel-
l’ospedale
da campo nell’antica
casa di
cura nella casa-casa
disinfestata
e
solitaria, nella
caserma,
nella polveriera nella casa-la-casa
casamatta.
Sono
nel tempo
sono e non ci sono
non-ci
sono-gli dico (patta! patta!)
sbottami
in faccia io sono sono ancora
io
l’assente-remoto che s’asciuga
come una
lacrima una foglia quasi
come un
fondo di fiasco o una piscina
che si
vuota a settembre io giro giro
io giro io
schiocco in una bocca cava priva di
di lingua
e di palato sono
uno spazio
anagrafico, una firma
cancellata
all’ufficio-vedi-sono
sono forse
colui che
mi
si
crede.
Io, il
Signore Dio Tuo che ti configge
una morte
nel fegato punisce in te
le colpe
dei tuoi padri fino alla terza ge-
generazione
per
coloro che
mi odiano, per quelli
che non
credono in me che hanno voluto
fotocopiarmi
nella
terra, darmi
un guscio
di spalla, modellare
impastare
il mio cranio nella sabbia. Oh-
nora ciò
che non si vede. Oh-nora
l’ormai-faccia
mai-muso
mai-sorriso,
l’ala
scorciata, l’angelo punito,
la
non-altura, l’alitato grido
che di
vertebra in vertebra ti sgrava.
E
la vista
di lui vedeva-ardeva
come un
sorso di whisky, si premeva
la mano al
petto dopo il finto
sparo di
un
accanito giustiziere sulla
sponda di
un’Hollywood da sposa un
pomodoro
dentro il sangue un colpo
appeso a
forma e riflettore, una
bruna in
lamé che lo perdona
t’amerò
sempre dice tutta tutta
doppiaggio
e trinoline- sil-
labando
lui sì che sillabava o si-
bilava il
dio serpente, l’e-
sitazione,
si porgeva, si
volgeva in
ansiosa rotazione e
gli occhi
in bianco erano gravi ogive
intagliate nel Rotary,
un bambino
che sta in
piedi sul letto che ha paura un
ricordo di
guancia, un breve tenue
sussurrare
su-su-non-c’è-nessuno
dietro-l’armadio-fa-l’ometto-viene
l’uomo del
ghiaccio-viene-l’uomo l’uomo
della
sabbia e degli occhi degli indiani un
willie-winkie
che
ti acceca
taci, che
ti purga-che-acceca il tuo ononare
sotto
l’orso di pezza,
nel
guanciale.
XXXIII
Ecco,
e l’Anima
emerse,
ecco ad
oriente
il
cloroformio sulla bocca, il fuoco
io già un
pazzo di rabbia oh grandi streghe sono
sfiancato
dall’arcobaleno, ora
evaso dal
sonno ora di luce
sotto il
piede smarrito, chiusa chiusa
a uno
scempio d’aurora, ecco il respiro
dallo
Scricciolo tiepido del
Cielo.
Adonai-Elohim-Shadday-Yaveh
Cristo-Sangue-di-Cristo-Dio-caino
cane e non
cane
Giuda e
contro-Giuda. Padre.
Padre
di me.
Retrocedva.
Re-trocedeva.
La
cattura stava
ai suoi
tacchi sabbiosi, lo
braccava.
L’occhio
scettro petrolio sulla croce
due
pollastri alla trave – padre,
Padre.
E la
pupilla fiammeggiava-ansava
in un che
di ciclopico, sembrava
l’alfa e
l’omega, il centro del bersaglio, la pu-
pilla
guizzava, si gettava
dalla
loggia atterrata del mio sguardo. Ora
da torre
era affiancato, ora
straparlava,
svettava
in esplosione, in-
comprensione
di
gergo, di babele, era
rudere e
folgore, un chiarore
polverizzato,
cancellato,
fuso,
sradicato
dall’alba. Ed era era
un gran
nichel lunare, un solo assedio,
olio e
rovina, vergine sprangata.
E
il Re
marciava alla colonna, entrava
nella
capanna, nel suo verde-chiuso
bunker
profondo in sommità, cercava
la sua
calda krusciova,
il suo
Cremlino,
la
sua Eva
Brown, la platinata unita
unità
nella morte. Chiese. Chiese.
Chiese il
divorzio, s’affrancò, ficcava
le sue prugne in
valigia, e fu vicino
troppo
vicino a quel blindato varco.
L’avvocato
mi dice –disse- sono…
ho visto a
Broooklyn, ho visto un posto a Broo-klyn
-Broo-klyn
come un arpeggio d’ukulele-
alle tre e
mezza c’è un diretto sono
in-ritardo-ti-contatto-credo…
ho
lasciato qualcosa sulla soglia. Si
stagliava
così, gracile, eretto
nel
manicomio-che-vestibolare-pro-
cedeva a
pigliare le sue cose, i
piatti
rotti l’esodo i quattrini
la
gillette e la collera il sapone il
dopobarba
un antitarme che
asfissiava
i soprabiti i calzini il
mein
kampf le
cartina di Chicago
il lavoro
interrotto la furiosa
serenata
degli atomi.
E
Regina, la
sua Re-
gina lo
guardava tra la frangetta e la palpebra guarda-
dava lo
guardava adiacere
riposarsi
ritto col
petto al grande muro mentre os-
sificava
di-sossificarva il suo blues di cutrettola, il suo
estremo
cementato
incompiuto monumento.
Io-sentivo-io-tutto-io-sì-sentivo
io
l’orecchio da mulo la mia grande
sventola e
parte di segreto dal
mio posto
a una piazza de-clamare
lei urlare
vattene-bastardo-ariano- bec-
camorto-goîm-boia-diceva
lei
gli
sbatteva, gli metteva in cuore
un gran
cedro divelto ed era come
piena di
Grazia era una luna nuova
un
coperchio sbalzato dal bollire, la maris stella lo
cholent di ieri
una lavanda nel cassetto un mare
di
stampelle e di jersey un chiodo un piano
forse
troppo così mummificato tra
cerate di
bisso cetriolini.
Dove
andava lo
sguardo? Io lo
cercavo, lo
cercavo
per strada, lo cercavo
sotto i
ponti, nei bar, negli ospedali
nel Bronx
tra i Gulag verso Newark tra
le derrate
alimentari nelle
stazioni
di servizio i banchi di
Chinatown
fra i solidi edifici di
co-abitazione,
negli
uffici anche nei
sottoscala
dei laboratori, tra i
cloroplasti
e i mitocondri
nelle
reti dei
nervi, nelle-nelly
codifica-codificate
logi-
che della
reazione della percezione a
Sing
Sing Sing tra i
matti i musi gialli nel
bagagliaio
della sua Volkswagen in un
White
Christmas d’obitorio. Pacchi.
Pacchi su
pacchi. Pacchi e insieme
grandi
enormi
depositi
di
cose.
XXXIV
Il
cucchiaino da caffè incideva
dolcificanti
chiaro-blu
strisciava si
appostava
batteva sul pallone
schizzato
agli angeli e agli esterni preso
in guanto
di nubi all’esplosione
di una
bomba di collera ed io come
il suo
lurido durex come
un pelo
di barba
fatta a giorno pieno io
carta
igienica da bar io solo
quadratino
di carta naso chino io
coltello
incrostato io che pulivo
la schiuma
e il taglio io adesso lo
trovavo.
Trova-mi-dico
trova
trova trova.
Metti-un-pezzo-d’annuncio-sul-giornale.
E m’alzo e
infilo i pantaloni e imbraccio
un fucile
a tracolla come una
pupa da
sballo che ci sta, un violino
di spari e
fischi nella nuca vado
parto-comincio
a caccia
del
nemico,
l’av-
versario
di porpora,
il
demonio, ram-
poniere o
demonio
solo
solo.
Sono-con-te
sono-con-lui-ti-vedo
(non
raccogli
il cappello) a testa nuda
ripulirti
sbarbarti ingurgitare
sali da
frutta stelle d’aspirina com-
pitare
contare una per una
pecorelle
da sonno stare come
più in su
del ventre di mia madre come
se
guardassi qua e là ti sfondo e sono
il
cecchino alla porta il porta-voce l’alto-
parlante
che ti dice-tuona
tuona-rimbomba-arrenditi-esci-fuori…
io
ci
sono-consegnami-ti
trovo.
Lo trovo
oh sì lo trovo ammanettato
al mio
basso sinistro, al mio gelato
spiaccicato-alle-labbra-da
bambino
come in un
bacio alla
francese. Lo
sfondo
all’apice del medio gioco,
nella
gittata degli alfieri, nel-
l’infilata,
nell’attacco,
muovo-
Who’s
afraid of Virginia?- le mie
mani.
Se
mi dicono
sadico, io dico
che il
malincuore è un jazz quartet, che viene
come un
pugno allo stomaco, un fioccare
da swing a
twist a nitroglicerina uno
slancio
agli eroi agli attori bravi
ai cowboys
che non crepano che sono
sempre per
mano alla giustizia, un bacio
alla
stella di plastica, alla piaga,
tutti
ritti sul set nella ripresa a
inchiodare
baciare fidanzare
questo
rosso d’infamia a lietofine, per in-
tralciare
la colonna, amare carez-
zare il
cavallo anche lavarlo a
una vasca
di morti a forse ancora a
ficcargli
una spazzola nel prato
troppo
bagnato del pelame, verso
pelle e
traguardo, a farlo zoppicare
tra
forchetta ed hey--ho
di
vetturino. Dove
un gomito
d’aria s’alza, suda, si
si
sbottona nel busto si concede
a
mungitura ed orizzonte, il
il Nemico
mi appare e mi traspare si
fa
martello sopra i tasti è
un
dentista rapsodico, compone
grandi
incendi si stona si talora si
sgranchisce
le
nocche si divide tra
cordiera e
vescica in oltre-neri
smorfie e
gesti acquattati pa-ro-li-ne stra-
lunate
stormite fa
sentire
cenni tic
sopraccigli mezzi toni
aldilà
chiaroscuri. Ed ecco, infine, lui
s’inginocchia
io
lo rinvengo
io vedo
l’animale
più grasso io capitato
a un desco
ancora non acceso. Io, suo
gene, lo
stringo fra le mani, fra
pulsioni-minzioni-deiezioni, lo di-
rimpetto-me-lo
premo-al-cuore
lo
insapono al catino, lo
richiamo.
Ed infine
l’istante l’ora l’ora
del figlio
in grembo in contropelo, bianco
di latte,
nero
di
cianosi, una
culla di
scheletri, un cantare
dalla
piana cicogna che di spiedo
in brace e
legno gira-fuma-gira.
Le
ginocchia che s’aprono-attenzione
uno-due-tre-alla-curva-c’è-un-burrone.
Figlio,
Nemico,
cataro, crociato,
paladino,
templare, selgiuchide,
bianco-candido-moro-figlio-nato
gigantesco
e atterrito ac-coccolato
adombrato
nel bulbo sbattagliato
a fil di
lamina e cresciuto nuovo
umanizzato
poi svirilizzato
pendolo e
amaca gronda di pitale
così rosso
di lampade, svernato,
munto a
becco d’uccello se-parato
dalla
terra e dall’acqua dal ferire.
XXXV
E
dai monti
discese il cavaliere, si
spostava
voltato sulla schiena
col cielo
in spalla, modulava, strom-
bettava un
blues di funerale, lui
pulito di
sangue, l’inguainato
clarinetto
ossidato, il cadenzato
marching-in del
Missouri, sui bottoni
un alzarsi
di molotov, veniva,
sbozzava a
tempo convertiti e neri,
marrani e
teschi d’ottomani- mani
sui fanti,
ferro sugli
alfieri.
Disse:
Ho un
sogno,
ogni
valle, ogni collina
sarà
appianata, i luoghi più scoscesi
saranno
piani e quelli più tortuosi
dritti
nel nome del Signore. E chiese
chiese
a un uomo
smarrito, chiese-chiese
dove si
trova il bar-proibito-ai-neri
per
cambiare i
cavalli per provare per
genuflettersi
allo
scotch per pure ri-
posare
dorso a dorso con l’oste? Chiese.
Chiese.
E l’altro
disse-biascicò-rispose: siete
stato a
McAlester?-va-bene-non-
m’interessa-siete-un
buon cristiano vi
si legge
sul volto. Siete. Siete. Sempre
dritto,
poi a destra, in diagonale,
a sinistra
e poi ancora, in
ver-ti-cale,
ver-ti-cal-mente
alla tempesta dove
la
bonaccia scoscende dai pistoni
di un gran
filo spinato e
lo
ascoltava, lo
ascoltò il
tizio senza nome ed era
stretto in
fondaco d’ossa e nella sera
il suo
cavallo si perdeva, posto non c’era per
per
cavalli persi, non
strigliati
maneschi non an-cora lu-
neggiati
di setole, sbarrati,
curvi a falerno e
damigiana. Morti. Il
cavaliere
era nel nord, piangeva
dentro il
suo morso in correre d’oriente, tutto
a strisce
di sangue, un demolito
minareto
di viscere, pareva
simile a
un sole così stanco, forse
bendato a
plenilunio. Il caro
cavaliere
sfoggiava un male antico
mal
francese di sotto al braccio scuro.
E ne ebbe
in cambio due castroni neri, una
pariglia
di motori-diesel a
trazione
anteriore-posteriore che
grattavano
in folle, che
spingeva-
no
un’ardita premuta sospensione. E
looky
ha’ ora stride
ora rintrona: tu!
donna
incisa alla finestra, suora
ricurva
dalla torre, tu
un
prepuzio alla testa uno sul pieno
campanaccio
legato
al sicomoro data
a troppe
cerniere monacata
quando
ancora le ovaie rosso fuoco non
svolazzavano
ai
tuoi fianchi. Disse,
e aveva
una mano così indietro
indiavolata,
si-se-in-diavolata.
E il
ragazzo frugò nella criniera,
SPA-zzola
forte gli SKI-fosi-dico-
ronzini
zuppi di calura, SPA-
zza
SKI-fose-zanzare-dico.
Dico.
Non
t’accorgi che il tempo, che la piena
corsa
d’autunno è stata già munita
di ferite
e di colpi, che le poche
munizioni
di larici non stanno
più dentro
il sole al declinare che
troppo
sonno ci preclude ancora
la cifra e
il vano dello zero, che
ci viene
un gran pianto dalle selve?
E
si scosse
il gagliardo e lo spogliava
un
temporale a tempo perso un sale
d’Eva e di
bestia e adesso lo montava
una scena
a rilento e c’era-c’era
fame al
fiato e alla bocca c’era un lago
d’alfabeti
feroci, intirizziti,
sommersi
in algebra ustionata. C’era
c’era a
sinistra un cozzo di pariglie. Lui, lo
giunto
si-mosse-non-si-giacque si
premette
sul labbro si premeva
un azzurro
violento mi guardava
da un gran
rogo di cavoli avanzava tra
patate e
giunchiglie stra-taceva mi
stancava
la braccia infoderava le
pallottole
d’ombra il faro il lungo
batticuore
a rovescio. Si sdraiava. Si
sdraiò
nell’ardesia, miagolando
la blue note degli
impavidi, mi mise-mi
cacciò nel
bel mezzo della fronte
un raglio
acuto di somaro, gli occhi
due forti
uccellatori, due
maniglie
di banjo, due mastini,
le gole
appese all’ansimare,
fece
un passo e poi un
altro, venne a mare
di tanto
cuoio poi come per gioco poi
dalla pia
decimazione di
molecole e
flutti dalla luce
delle dita
nervose fu un migrare
d’ossa e
di belva di pietà di mitra
raccolte
in buio di
preghiera, e infine
poco per
volta si formò s’intrise
di voliere
fugate la ventura
d’ogni
ventura, l’impaurito
vuoto.
XXXVI
Una
spranga sul fiore, uno scoccare
d’atto
sull’atto, un arido venire e
ritrarsi
dell’anima un bruciare
di candele
all’indietro un’es-pressione un
chi-va-là di
crisantemi un cupo
retrogusto
di soda uno staccare
gesso alle
gambe delle statue un buco un
delta in
fretta saccheggiato il mare
tolto alla
barca, un rosso di gengiva
ritirata
sui denti, il blues
tagliato
a metà
luna, l’inno nazionale
nel risciò
di defunti sulla riva il
battaglio
reciso al campanile
da un
tanagliare di cicogna, il
battaglio-tonsilla,
la
schiarita
vacuità
della voce, il mai compiuto
innervarsi
del tempo
e dopo
dopo
la vanga
tolta a terre ed urne, prati
mai
saziati al rumore del brucare.
E
il rifugio
scovato, l’annottare,
l’orizzonte-mandibola
che
in cielo
serra e
mangia se stesso, si divide
tra fiamma
e bocca d’ammazzato e infine
la parola
non detta, la parola
arroccata
nel sorgere, ci
aveva un-
c’era un
ginocchio sulla pietra, un
parigliare
di gemelli d’oro
alla vena
slacciata, c’era un bruno
margine
d’alba oltre il binario e allora
e allora
il matto l’empio e il semi-bruto
l’empio e
lo scempio il perditempo il prete il
balordo e
lo sbronzo che di sera
batte la
testa sul gradino, e ancora
la cecità
la sordità il peccato,
la
pazienza trafitta l’estinzione
l’estenuarsi
a
libeccio, lo stentare
ambidestro
del gallo-banderuola
sull’impiovuta-l’impiovuta
casa
che non-becca-non-morde-che
non stride,
che
sotterra le tegole, che dice
che
pronuncia-non-dice-non-ridice
cade tra
pezzi d’orologio,
trama-
trama-trema-sospende,
colma
un vaso
mai posato
nel muschio sputa al vuoto una
crosta
azzannata un miglio in fuga
sulle
creste dei corvi, l’avanzata, la
non-ancora-non-ancora
piuma,
l’af-
focato dio-salvi-la-regina,
la
boccaccia
e la smorfia, la
discesa.
Si udì un
tratto di corda, lo scalciare
al di qua
della vita, il breve ottuso
rantolo
d’aria a testa in giù, l’ansioso
peso nel
sacco giustiziato, il tenue
morso
all’obolo d’oro, il già-respiro che
non osa
curvarsi a troppa quiete.
Il
silenzio nel fondo è come un uomo
pigiato in
tasche di terrore, un nudo
sino a
colpo di pelvi, è un gran puledro che
ha smesso
a tempo di nutrirsi, un sale
da
sacrilego gomito
versato.
Io
R.J.
Fischer, sono stato allora
partorito
al silenzio, sono nato
da una
trappola d’anime, compiuto
di fronte al nulla,
forse scodellato
da un
uggiolare che di terra in gelo ha
incrociato
la nebbia, non ho mai
riposato
mai dormito in
caverne
scaldate da nutrice. Sono
nato
pedone, divenuto
onagro
ombroso ciuco cavaliere
con
bisacce d’eclissi con pivieri
infilati
alla monta son finito
Stato-Confederale nato Nato
dal
principio
di tutto, condannato
all’intuizione
e
a un testa-e-croce infame, ri-
lanciato a
un John Wayne sempre sparato
da bella a
colpo di pistola urlato, la
cicatrice
sulla guancia come
uno
sfregio tellurico, da allora dal
normale e
il bandito bello-e-buono,
ven-
dicatore
innamorato solo
sopravvissuto
alle
detonazioni, io
riflessa
placenta di suzione, io
R. J.
Fischer, madre divorziata, originario di Chicago di
un
ospedale senza scollature
d’infermiere
educate,
come come
un cinema
sudicio gremito
troppo
gremito dove il proiettore
s’inceppa
sempre in pieno atto di sfida e
lo schermo
è un lenzuolo d’obitorio con
un geco
incollato-spappolato
sul
rossetto retrò di Marlene Dietrich. Mio
padre, un
uomo senza età, un ariano un
tutto
ariano un isolazionista so-
cialista
nazista bello albino, a-
ladino
sgusciato ai suoi alambicchi in
acrobatica
vivisezione, e io R. J.F, io proprio il
figliol
probo il pescatore il pesce cucinato
bruciacchiato
vicino
alle cascine - Brooklyn mi
sfece mi
sgravò-Chicago-
io, Sen
Pietro risorto al suo carcame,
io Bobby
io Jimmy
Fischer
Fischer
Fischer.
XXXVII
Tutti
tacevano, e il tacere-cere
fu uno
scialle bisunto fu un sombrero
dalle tese
galattiche, sfondato, fin troppo
troppo-quasi
sollevato,
in
saluto e
vertigine, calcato
sul
pallavolo della testa, gonfio
d’ossequio,
fu
lo scivolare, l’in-
ciampare
fra mine e mezzi fiori
d’un
artigliere ai suoi calzoni grigi, un
mimetico
salto alle araucarie. Il tacere
fu come se
il perdono
si
mettesse col diavolo, se il cielo
tremasse
in altra moscacieca dal
medio
gioco dalla mezza vita dalla
mezzana
dalla meretrice
dalla salve-regina
dall’unghiata
che mi amò
mi tosò mi circoncise mi
schiacciò
i brufoli mi scese-mise
in fiumara
di piedi all’aspersorio che
mi prese
mi trasse mi ri-tolse, mi
mi-nus-co-la-men-te
mi
sottrasse,
da Stone Mountain a
negò i
sacramenti mi convulse mi
sprofondò
un naso camuso, questo
naso-sellaio,
stralunato,
pal-
leggiato
nell’azzimo, nel
viso.
Ed io, lo
sposo, il granchio al lato, io proprio
come Lot
stretto al fuoco di Gomorra, poi
sottovento
d’incestuoso seno io
colonna di
sale sposo-sposa da
traversa a
traversa io provocato a
tarantola
e patta io che pattato
cavo la
vista cavo gli occhi cavo
la miopia
l’albinismo lo strabismo
l’inibizione
e
la cadenza senza
magro di
feste senza luce io
il
barbiere il chirurgo il ciarlatano il
cavadenti
che di coca in stame
strappa
l’erba ai sepolti ara coltiva
campi e
prati minati io giardiniere, a-
bitando
laggiù disabitando
la
stamberga la casa
uscendo-entrando-rincasando-stando
a gambe
larghe sul bidè sostando di-
rimpetto
all’acquaio al bagno in piedi di
soglia in
soglia di lavacro in strame di
di menorah in
altare in campanile io
gargolla
ingiuriosa umida oscena io
padrone io
padrone io sissignore mon-
signore
prelato. Io, pieno
Sire.
XXXVIII
Ora a te,
padre
silenzioso, ora
che il
pubblico ha la guerra ai piedi e
il campo è
piccolo di foglie con
più
piccole foglie, con più brevi
cascate
d’anime e di rami, ora
io butto i
geni nell’elemosiniere
del tuo
sudore a mani tese, io vado
torno al
seme zappato torno vivo
brucio e
brucio al tuo rogo mi commuovo
al
rastrello e alla gomma io prego prego
ti
riconosco-disconosco sono
e non sono
il tuo tallone il tuo
calzascarpe
d’avorio
il tuo più vero
luogo di
lutto io sono e più-non-sono
sono e non
sono la tua parte ma
ti ninno
al flagello ti conduco
al mio kaddish di
fragole ai miei ulivi ti
bestemmio
e t’insulto ti rinnego ti-
pronuncio-il-tuo-nome-in-vano-in-vano,
io
ti
spugno le
piaghe io ti perdono ti
reclamo e
ti esecro io tocco lavo
la tua
calvizie la camicia a brani
che ti
frusta la schiena ti confina
tra
lavandino e eternità t’irride io
rovescio
le palme delle mani
ai tuoi no di maestro
al bacchettare di
tutto ciò
che ti-sul-capo iscrive
re-dei-giudei ti spinge
anche ti nutre dal-
la fossa
dei poveri al tuo calamo
di piombo
fuso al lento cigolare
della tua
stilografica io sono come il
tuo
sudicio allievo il tuo assassino io
su-di-te-contro-di-te
mi
vedi io
mi
rannicchio nell’angolo io quasi
m’insabbio
in te io come un boia io pure
confortatore
io
quasi-appenditore
per non
farti soffrire al primo tratto
dò la
morte indolore, scacco
matto.
(novembre2011-marzo
2012)
Per
comporre il poemetto Bobby Fischer, ho studiato a fondo
la vita e il carattere del campione di scacchi
statunitense (Chicago 1943- Reykjavic 2008) e ho
consultato, purtroppo con scarsi risultati, diversi
manuali sul gioco degli scacchi. Ho inoltre letto il
breve volume “Psicologia del giocatore di scacchi” di
Ruben Fine –Adelphi, 1972 - ed ho ascoltato alcune
interviste rilasciate da Bobby alla televisione e ai
giornali americani.
Mi
si perdonerà se quest’opera, pur incentrandosi sulla
vita di un uomo realmente esistito e morto di recente,
gli attribuisce, con una buona dose di libertà e di
fantasia poetica, taluni tratti e aspetti psicologici e
così pure un tipo di “discorso interiore” che non
saranno forse totalmente inerenti alla realtà Ho comunque
cercato di attenermi quanto più ho potuto ad una
“anamnesi” come direbbe Freud, propria del suo carattere
e della sua irrequieta biografia.
Mi
auguro inoltre che si chiuda un occhio sul fatto che
della vera e propria tecnica del gioco degli scacchi
entri ben poco nella mia invenzione nonché su alcuni
anacronismi relativi al contesto storico e
socio-culturale degli Stati Uniti d’America e a certe
fasi della vita di Fischer.
I
film a cui si allude nel poemetto sono:
Il Settimo Sigillo di Ingmar Bergman
Psycho di Alfred Hitchcock
Cool Hand Luke, in italiano “Nick Mano
fredda” di Stuart Rosemberg
Mezzogiorno di Fuoco di Fred Zinnemann.
I
modelli vetero e neo-testamentali sono evidenti.
I
calligrammi si riferiscono alle figure del gioco degli
scacchi.
Le
frasi e i sintagmi in inglese si rifanno ai dialetti del
Missouri usati da Mark Twain in “Le avventure di
Huckleberry Finn”.
Le
citazioni, le allusioni, i “tributi” intenzionali e no,
riconoscibili o meno sono da ricondursi a:
Dante
Alighieri, Sigmund Freud, Friedrich Hölderlin, Arthur
Rimbaud, E.T.A. Hoffmann, Herman Melville, Nathaniel
Hawthorne Lewis Carroll, Mark Twain, Jack London, John
Steinbeck, Arthur Miller, John O’Hara, Eugene O’Neill,
Edward Albee, Dylan Thomas, John Fante, Allen Ginsberg,
Martin Luther King, Francis Scott Fitzgerald, T. S.
Eliot, Wlliam Carlos Williams, Ezra Pound, Luigi
Pirandello, Amelia Rosselli, Eugenio Montale, Michael
Cunnigham, Carlo Collodi Le rime inglesi di Mother Goose
Nel
linguaggio di Fischer mi sono riproposta di accennare a
grandi linee all’espressione “ottusa” e “reiterata”
delle persone affette da sindrome di Asperger, una forma
di autismo “intelligente” di cui si dice che soffrisse
Bobby.
Per
una strana ironia del destino, la madre del campione si
chiamava effettivamente “Regina” Wender ed era una
infermiera svizzera di origine ebrea, da cui le munerose
allusioni presenti nel mio testo, mentre il padre,
Gerhardt Fischer era un fisico di origine tedesca.
La
“sedia elettrica a due posti” è ovviamente un’allusione
a Sacco e Vanzetti.
Ho
giocato con le parole fisher (pescatore) –pescatore –
pescare-
Per
non annoiare il lettore con troppe note, trascrivo qui
unicamente i significati delle citazioni più importanti
o remote al contesto italiano.
1. Tramp
tramp tramp the boys are marching marching
To
arms
in Dixie
Rose
of
Alabama
sono
marce militari dell’epoca della Guerra Civile Americana.
2.
Humpy Dumpy è un ometto a forma di uovo che si trova in
“Alice attraverso lo specchio” di Lewis Carroll. Antonin
Artaud lo tradusse in francese nell’ospedale
psichiatrico di Rodez.
Wee-Willie-Winkie
è il bambino del sonno in una celebre nursery rhyme
scozzese.
3..Gli
Okies sono gli abitanti dello stato di Oklahoma,
guardati con disprezzo dai californiani ai tempi della
Grande Depressione, protagonisti del romanzo “Fuorore”
di John Steinbeck.
4.
Il Graf Zeppelin era un enorme dirigibile tedesco varato
nel settembre
del 1928 e a proposito del quale rimando a Allen
Ginsberg,e al suo poemetto “Urlo”.
5.Jesse
Woodson James (1847-1882) fu un soldato confederato
originario dello stato del Missouri, divenuto bandito
subito dopo
6.
Thathanka Lyothanka (letteralmente “bisonte maschio
seduto”) è il vero nome del condottiero nativo americano
conosciuto in Italia come “Toro Seduto” e, nei paesi
anglofoni, come “Sitting Bull” (1831-1890). Appartenente
alla tribù Hunkpapa del popolo Sioux, si
distinse nella celebre battaglia di Little Bighorn (25
giugno 1876) dove ottenne una schiacciante vittoria sul
Tenente Colonnello George Armstrong Custer.
7.Woodlawn
(Woodlawn Cemetery) è uno dei più grandi cimiteri di New
York, situato nel quartiere del Bronx, riguardo al quale
rimando nuovamente ad Allen Ginsberg e al suo poemetto
“Urlo”.
8.Il
Sephirot o “Albero sefirotico”, include, secondo
La menorah,
lampada eterna di Gerusalemme è simboleggiata dal lume Ner tamid situato sull’Aròn,
arca-armadio, all’interno della Sinagoga
9.
Nat Turner (1800-1831) Fu uno schiavo nero, leader della
famosa ribellione avvenuta in Virginia il 21 agosto del
1831, che terminò con il drammatico eccidio dei
rivoltosi e con l’impiccagione dello stesso.
Mistress
Putnam e Mister Hale sono personaggi del dramma di
Arthur Miller “The crucible” (“Il crogiolo”).
Al
Greco è anch’egli un personaggio del romanzo
“Appuntamento a Samarra” di John O’Hara.
10
Sergei Mironovich Kirov (1886-1934) è il celebre
politico bolscevico assassinato all’epoca delle grandi
purghe sovietiche.
11.
Lo Troiskaia è la storica torre per cui si entra al
Cremlino
12.
Lo cholent o
shalet è un
piatto tradizionale della cucina degli ebrei askenaziti.
Le
frasi in inglese riproducono il dialetto dei neri del
Missouri, usato da Mark Twain in “Le avventure di
Hckleberry Finn”.
Il
termine americano “hangover” definisce lo stato di
malessere fisico e psicologico posteriore alla sbornia.
L’
“asado” è il termine sudamericano, più specificamente
argentino, per barbecue.
Padre
del discorso “I have a dream” di Martin Luther King sarà
riconoscibile nella citazione in corsivo.
Per
capire certi elementi metaforici di radice “aneddotica”,
invito il lettore a rifarsi alla biografia di Bobby
Fischer.
Cristina
Vidal Sparagana
18
febbraio, 2012