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L’ACQUA
(Capri, luglio 2005)

Sul greto dondolavano silenti
tenui nausiche dalle gambe lunghe
fatte palla di porpora.
Le vecchie, invece, le vetuste stelle,
nel loro delicato morto a galla
increspavano l’acqua e l’acqua
l’acqua era un crisantemo calpestato
dal passo fragile della fenice
e dell’ampio gabbiano delle grotte
che i giapponesi, pollice e grilletti,
fulminavano al vento.

Volti scuoiati, volti di sgomento
e malinconico stupore, brusco
tintinnare di labbra e di bottoni
sulla campana che evocava i nudi
al chiassoso crepuscolo, la dama
del bronzo e l’angelus, la rivoltella
penzolante da canapa sfilata
con le sue tonnellate di sirene
e il belvedere era la forma chiusa
d’ogni impronta stagliata sulla riva
in valzer triste e rami di caviglia.

La basilica d’erba di Neruda
sterrata al valico del precipizio
di remoti bagnanti, sotto l’occhio
di una lucertola amuleto (il fabbro
l’inchiodò poi all’anello e al collo bruno,
ne pullulavano gli specchi e il vuoto
consumava la terra)
era l’amaca eterna, la memoria.

A sera l’onda divorava i fusti
degli ombrelloni secolari e l’aria
spruzzava a riva folle di bambini
fatti croste di giubilo, le corde
si affiancavano in debole solfeggio
e il gabbiano planava sulle rocce
universale e doloroso, bianco
come una vela o il palmo di una mano
in eretta speranza.

 

 

 

 

 

 Cristina Sparagana