Antelitteram Autori Poeti contemporanei

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AFRODITE

I

Le prostitute avevano
cimiteri d’argento
quando nacqui all’oscena povertà
dei monsoni di turno
e delle stive.
Io, carcassa di porpora, riflessa
sulla faccia dei morti, generata
in furore, beltà e genuflessione,
scalpitando sui lampi dell’abisso
cullando spoglie all’ombra dei miei seni,
rosa di Sodoma recisa al moto
dei coltelli di maggio, la paura
che si abbrumava nelle mie pupille,
circonferenze dove si consuma
il suicidio dei santi, il sacramento,
la contrizione,
la scomposizione,
la congiunzione,
il coito,
la preghiera,
il tramonto sboccato alle serrande,
l’invettiva, la musica, il silenzio.

Io, palla d’aria e involucro carnale,
rotondità sterrata sui sepolcri,
esemplare di lutto e di piacere
dove dondola il laccio, dove il vuoto
partorisce ciclopi musicali
e la caviglia cerca la caviglia
il fianco il fianco
il grido la canzone,
io, dove il tango non ha tregua e i balzi
della cinghia percuotono la gonna,
agilità sepolta, celebrata
nel compianto e nell’ansia, condannata
a calpestare vermi d’arenile
e a sbucciare con punte di pavore
miniature di morte e brevi fuochi,
a te mi porgo, macabro confine
di geografie disorientate e nuda,
striscia terribile del tuo pigiama,
t’incammino a traguardi luminosi
dove polvere e costola sapranno
dissacrare la terra.

Sono oscura
dalla punta dell’alluce alla fronte,
so vegliare carogne e screpolare
piccoli cuori all’ombra dei cipressi,
io, bilancia implacabile di sonno
e d’insonnia confitta nella mano,
cuoio di volpe, lacrima gentile
che disegna bufere sulla guancia,
solennità del piede, della ruga
allacciata alla natica, io, vile
trama di vene e sensazioni, come
pioggia raccolta, come tuono,
giungo immensa alla vostra sepoltura,
spengo candele in punta di  sorriso,
sono circolo d’anime, dolore,
congiuntura di buio e di falena.

C’è chi cade alla pietra di lichene
del mio viaggio interrotto, chi declina
il mio pranzo di nozze. C’è chi teme
l’incisione vermiglia del mio grido,
l’arco del plesso, la frigidità
dei miei cupi ritratti d’oro antico,
il saluto, lo scempio, la carezza.
Eccomi a loro in empia cerimonia
altalenando senza gravità
su cristalli e vertigine di sale,
lungofiume di vertebre, stellato
cataclisma di fianchi e di censura.

Sono l’inestinguibile equazione
del gene e l’onda, del frumento e il seme.
Sono l’urlo dell’albero, la fuga
dei cromosomi in rotta terminale.
Ho una rosa sul labbro superiore,
sull’inferiore tenebra di lupo,
solidi nulla gonfiano il mio sangue
come grani di vino e di velluto.
La mia sinistra e la mia destra sono
l’esorcismo e il battesimo. La morte
mi calpesta lo strascico di carne.

Deformità m’adesca, come l’uomo
che si lancia nel vuoto dei defunti
in furibonda copula, e si assonna
in cadenze steccate e regolari.
Sono gonfia e biologica, spettrale,
incisione perfetta di pudore
e tuttavia profilo d’arroganza
e di spacchi temibili, gambali
adiacenti alla rotula e alla croce.

Le prostitute avevano
cimiteri d’argento
quando l’ultima cena mi piagò
le meningi con lische e puntaspilli.
La mia statura fu dispersa al vento
e seminò feroci tulipani.
Ebbe l’ulivo un moto di sgomento
e rovesciai il mio calice sul pane.

II

Le prostitute senza cuore avevano
mani d’uccelli freschi e denti d’oro,
piccoli nei color gianduia e seni
di satelliti morti.
Il sole s’affossava nella loro
fuoriserie di lusso e nell’insano
claudicante tiptap del passo rotto
alla luna dei miseri e al silenzio.
Mi si porgeva calici d’assenzio
e si cercava sotto la mia ascella
il satanico bollo degli uffici.
Oh, quei giorni d’amore, oh, quei felici
scontri di nacchere e di tempie, oh, il dolce
poker d’assi nel palmo della mano,
la combustione delle viole, il grano
nell’incudine tiepida d’Efesto!
Oh, quanto tardo adesso, quanto mesto
lo sventolare bianco delle dita
sulla locomotiva che puntava
all’occaso cencioso dell’addio!
Io! Io! Io! Io! Io! Io! Io! Io! Io! Io!
già struccata e colpita sotto il cuore
aderente allo specchio e alla sutura
della calza smagliata e al dente d’oro,
un sonnifero bianco fra le mani,
mi denudavo perpendicolare
al piedistallo dei miei fianchi rotti.
La mia torta di gazze, la mia vita,
il cronometro giallo del mio letto,
e soprattutto il tempo il tempo il tempo
che disegna sghimbesci sulla cute.

Non è questione d’immortalità,
di vecchiezza o di stenti, di salute
diamantina o minata, ma di stracci
accumulati al largo del ginocchio.
Io, civetta di piombo dentro un occhio
e  dentro l’altro tortora di fuga.

III

V’abbuierà Afrodite,
beccamorto gentile,
legherà i vostri piedi,
spillerà i vostri cuori.
Avrà cancri di rose
sulla faccia di gomma,
lei che tutto subisce,
lei che tutto feconda.
Senilmente nascendo
in freschissima morte,
sarà male durissimo,
sarà palla di sorte.
Recherà spazzatura
nell’occhiaia smarrita,
farà scempio e sventura
in radice di vita.
Con allerta di luna
schiuderà il vostro orecchio
Sarà volo maligno,
sarà lacrima e insetto.
Avrà forti incisivi,
avrà zigomi d’aria,
un fermaglio di carne
sulla fronte altra e chiara.
Come lampo squassato
in bagliori feroci,
il suo labbro camuso
sputerà sulle croci.
Sacrificio e macello
d’animato veleno,
franerà nel budello
imbrattata di fieno.
Afrodite sarà
una muta canzone
per chi serra le labbra
in stridente passione.

 IV

Sono l’Assente.
Sono l’empia Assente.
Vanità, trasparenza,
vuoto, tempo, erosione.
Sono il trascorso, il vinto, l’annullato,
sono l’inginocchiato,
l’umiliato.
Sono strage di tordi e d’usignoli,
sangue e bubbone, mosca, epidemia,
bianco di neve, pustola, tregenda,
sono la gogna, sono l’indecenza,
l’elusione e l’altrove, il labbro muto.
Sono parola decomposta o specchio
ammutolito all’angolo del ciglio,
sono la veste tenebrosa, il soffio
dello zero slacciato dal cifrario,
divinità che non esiste, abiuro,
diacronia e negazione.

Sono il compiuto agli alberi  e alla terra,
la povertà e l’aritmica quadriglia
dell’avvolgente
e dell’inesistente.
Io sono la caduta.
Io sono l’aria
sotto il piede e la punta della corda,
l’esitazione in sommità, la sorda
frana del vertice e della radice.
Sono il bulbo dell’occhio, sono eczema
ed estinzione di tramonti gialli,
estremità di bacio, conclusione,
tono di stasimo, punteggiatura
di secondi implacabili e di schegge.
Sono l’uomo di zenzero, la notte
della scatola vuota sotto il nastro.
Sono rovina e cecità, maceria,
rotta di folgori e di sguardi vacui.
Sono materia di rinuncia, suono,
indicibile nome, voglia oscura.
Sono l’Assente. Io
sono l Assente.
Sono la perdita,
la menzognera
l’astuzia e il crimine,
la carta nera,
la parodica dama,
la Silente.
Sono l’Assente.
Sono l’empia Assente.

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  Cristina Sparagana