Antelitteram Autori Poeti contemporanei

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L’AVERNO

Dunque, Demetra, madre di Proserpina,
quando la figlia ebbe a annunciarle che,
benché fosse settembre ormai avanzato,
le sarebbe piaciuto
fare una gita in auto fino al mare
incurante del Fato, lei, atterrita,
lacerò con un fulmine di grano
la potente radice dell’estate.

Fu allora che nell’ombra equinoziale
un piede calpestò allo stesso tempo
una rondine viva e una conchiglia
e, come un cero, delicatamente,
inesorabile, appassì il basilico,
e si sciolse il bracciale di paguri,
e sfiorirono gli angeli appannati.

“Proserpina,” diceva Demetra,
“Va’ dentro casa a metterti un maglione.
Le giornate s’accorciano, comincia
a far già freddo. Guarda come
la madrepora stride nell’azzurro
nel suo fradicio vuoto, come il giorno
si consegna alle tenebre, ed i bagnini
vestono grandi caschi di bufera.”

Ma poi un giorno qualcuno segnalò
che sul lido deserto era affiorata
una fossa comune di aquiloni,
polvere bianca come il breve soffio
di un bambino che spegne una candela,
come cipria spruzzata sulla guancia
di un clown invisibile. L’umidità
non l’aveva scalfita,
custodiva ancora il lampo dei colori
incagliato alle pergole abbattute.

Proserpina guidò sino al litorale,
si fece largo tra la folla, colse
una piccola lisca luminosa
e la cullò nel palmo delle mani.
Qualcuno disse che era stata il gambo
d’una stella decrepita, qualcuno
asserì ch’era il cuore di un merluzzo
qualcun altro il riflesso di un machete.

Ed ecco, all’improvviso,
i violini nebbiosi dell’autunno
sprofondarono in mare, e le campane
agitarono torbide  nel vuoto
le loro immense teste di balena.
Ogni papavero rabbrividì
piagnucolò, si separò dal seme.
La pelle nuda emerse fiammeggiando
dal legno fracido, s’impennò, occhieggiò
si ritrasse, esitò, affiorò di nuovo,
si dissolse nel sole.

Un forte odore di disinfettante
appestava la camera,
l’arido stelo dello zampirone
cinguettava stizzoso fra i detriti.
L’oro tenue del vimini franò,
naufragò in un bosco di catrame.

E un usignolo germogliò sull’orlo 
delle sdraio ghiacciate, la risacca   
rovesciava sepolcri e segatura.
L’usignolo fu raffica, paura,
dondolio di foresta, fu l’attesa
della morte per acqua, fu l’ardente
fioritura del cactus nella pietra.
 
“Via da quella finestra, ragazzina,”
ripeteva Demetra, “Non lo vedi?
“Non c’è più nulla da guardare, solo
un uomo ancor tiepido che cerca
le sue bucce d’arancio fra le foglie
della spiaggia deserta, e retrocede
inghiottito dal sole senza vita.”

Proserpina esitò, poi tornò a casa,
e si stese sul letto 
dove l’eco del grillo sussultava
tra lo specchio e la scaglia di sapone.
I suoi lunghi capelli giallo cupo,
come un duro crepuscolo di spighe,
abbagliarono il gallo del grecale
nel suo arcione di tegola. Demetra
dilaniò a un tratto con feroce grido
l’empia corteccia degli innamorati:
un sussulto di cardo scosse i corpi,
lei colmò di penombra i loro amplessi,
tenebrosa penombra, chiusa, greve,
che sbatteva l’inverno sulle guance.

E una palla di neve si staccò,
rotolò nella bocca degli amanti:
il respiro ammutolì, le ossa
avanzavano pallide, sbiancate,
verso l’arido guscio del fondale,
e poi, sotto lo sguardo di Proserpina,
riposarono gelide, intonando
un gran canto d’addio, scheggiato, vuoto
privo di note, stridulo di nubi.

Li ravvisò Proserpina, la bella
vergine dai capelli d’oro cupo.
Procedendo inflessibile nel grande
buio color non-ti scordar-di me,
si negò al bacio di sua madre, e
con un pugno di stracci sgretolò
l’orologio da muro, diede un balzo
nel sentire una raffica di vischio
trasformarla in un globo colorato
indecente e superbo, si trattenne
la gonna gonfia di folate nere.

E sul lido annientato- l’orizzonte
fitto d’assenza, sotto il sole muto- 
l’Uomo e la Donna nel taciuto impasto
d’ossa e d’argilla si divincolavano
nei costumi di tela color cielo
sino a raggiungere la povertà
della forma del corpo, e poi, bagnati,
sgusciati azzurri dalla impronta viva
del respiro di Dio, si avvicinarono
l’uno all’altra così, come due palpebre
su un medesimo occhio, o come
due sopraccigli uniti sulla fronte
da violento cipiglio di dolore.

E Demetra colpì rapidamente
ciò che restava della nudità
di quell’arido tronco, con furore 
ne disperse la polvere,
e il tremendo zigzag della sua mano
sprofondò nella porpora del mare.
La corteccia svelò la comunione
delle costole gelide, l’unione
della ruga infantile al vetro oscuro:
la donna aprì le cosce con tremore
e il suo grumo di sangue tentennò,
vacillò sulla notte, si rapprese
in un fascio di fragole e di vene.

V’era un coro di madri sulla riva,
mani simili a chiari fazzoletti,
ondeggianti qua e là nell’imbrunire,
occhi che come sacche di catrame,
gesticolavano guardando il grigio
orizzonte trascorso, richiamando
i bambini di iodio che la lacrima
trascinava nel buio.
Con le scapole incise bruscamente
nella scherma del crawl, la testa china
sotto piccole bolle color creta,
mute, atterrite adolescenti, vaghe
tavole d’ebano percosse in volo
dalle corde di cetra della pioggia.

E soprattutto i giovani sentivano
l’atmosfera di un sabato solare
che si appresta a finire, quella noia,
quel compianto, quel tedio, quel vagito
quella feroce nostalgia, quel sonno
quella pena d’amore, quell’antico
squarcio sulla carena della barca
rovesciata sul molo, quell’astioso
ricordarsi del sole, quel morire.

Con un fischio Demetra li chiamò,
li rivestì di canapa, e frattanto
la sua voce strisciava
con l’inquieto fragore delle onde.
Nell’armadio, le tuniche d’estate
si rannicchiavano tra chiodo e scure,
le stampelle sembravano crudeli
crocifissi di polvere, s’udivano
cigolare la tarma, la falena.

L’amante trepido essiccò, sfiorì
in un fragile vaso di tramonto.
L’anima ansiosa si colmò di foglie
scricchiolanti ed esanimi, spiccate
dalla fiamma del cedro,
dall’inquieto grappolo d’uva
che pendeva appeso
a una piccola forca color vino.
E i cani, i corvi, i morti, il lupo grigio
uggiolando spegnevano la sete
sulla sponda del fulmine, e i bagnanti
si dissetavano alla stessa acqua.

E specchiate nell’occhio verde rame
penzolante dall’albero di fichi,
zattere e naufraghi, violente forme
testa, torace, femore, anche, tibie
musicali, gli storni,
la gola fragile del pellicano,
la moto d’epoca, la lancia nuova,
i calzoni dell’Uomo senza viso
la quadriglia dei granchi, la gelata
e l’invisibile eiaculazione
riparata dal tuono delle gronde,
la parola d’amore, l’atto, il rito,
l’orologio e il crepuscolo, l’inerte
fronte riflessa sul tergicristallo
il bosco e il pino, l’angelo sfinito, 
tutto esplose nel fulmine, si arrese
alle foglie spezzate di settembre.

E la parola dell’autunno venne
da un istante di genesi, nel lungo
minuetto di nubi, e a un tratto diede
voce ai defunti, spago alle galassie,
cinghie di fuoco alla corteccia, vento
agli scheletri desti nell’abete.

Demetra chiuse tutte le finestre,
ruppe le dighe, disegnò uno zero
sugli scuri ancor umidi,
spolverò i libri, tinse di catrame
remi e secchi di plastica, staccò
il granturco dorato dal giardino.

“Corri’,” disse alla figlia, “Lascia il duro
letto ancora disfatto dell’estate.
Metti via questi fichi e poi ricorda
la blusa a fiori di tua madre, il sole,
il viavai delle rondini, la schiuma
di quel mare che più non esiste.”

Proserpina si alzò, raccolse i frutti,
tese entrambe le braccia alla di-vina
madre Demetra che la salutava
nel suo scialle di-vi-mini, la chioma
chiusa in un fiero cappellino grigio.
Lanciò uno sguardo alla finestra dove
luccicava l’ultimo nuotatore 
dove il male cresceva
nudo e magnifico, ribelle, vivo,
disertando la bocca dell’Averno,
dove il vento infuriava, dove il primo
senso di colpa si ramificava
sulla soglia di un campo di narcisi.

Settembre 2008    
 

 
     
     
  Cristina Sparagana