autori Poeti contemporanei

Icona Profilo | Posta

  CHILE
a Francesca

Dove trema il pianeta, dove il nodo
dell’eucaliptus si contorce al soffio
delle brulle falene, dove il mare
partorisce grovigli di sirene, dove viene
la pincoya profetica a tracciare
il suo oscuro can can di meretrice
dalle cosce di flauto, l’estenuato
alcolismo totemico degli occhi,
dove smotta la chiesa, dove i rotti
campanili camusi dei fondali
battono il mediodia della risacca
e soprattutto l’acqua, l’acqua, l’acqua,
gestazione di statue senza nome,
porge ritagli di membrana, dolci
feti vulcanici alla terra, ancora
gravida di colostro, dove il mosto
della chicha violenta, dissoluta,
e il caldo lievito della empanada,
la cazuela brodosa, indiavolata
sarabanda di frecce rosso fuoco,
la platinata onda del choclo, il roco
sole convulso dell’ajì, la rosea
sottoveste di strass della cipolla,
e il verminoso mariscal, il piure
nel suo ramato giustacuore, bruco
gonfio di iodio, dove l’odio,
la memoria, la storia, la vendetta
scricchiolano fra i tacchi della svelta
cueca callosa, dove tace, posa
il bianco ossario dei poeti, e il verso
di ciò che giace controvento è il verso
del pellicano, dove un giorno abbiamo
contemplato il pennacolo mucoso
dei leoni marini, l’adiposo
palpito dello sguardo, del pudore
grigio di sonno, e quel trancio di tonno
porto dalla tua mano di bambina
alla bocca arrendevole, canina.

Tre cagne nere avesti tu, la prima
era una fosca luna spelacchiata:
vertiginosamente fu lanciata
nell’eutanasico stupore, e il sonno
le si mummificò timidamente
nel groviglio dei muscoli. Volò.
Volò come i gabbiani insonnoliti
sul bagnasciuga marzolino. Muta.
La seconda, ricordi? l’hai perduta
nel crogiolo deforme dell’asfalto.
Piangesti, soffocasti nel tuo pianto
l’ultimo cucciolo. La morte, il lutto
inabitabile degli altri, tutto
lacrimò su di te dalle sue piaghe
di fattrice al macello. Ed era quello
che si ramificò sotto il tuo letto,
divenne femmina, fu battezzata
all’aspersorio del compianto. Quanto
ti rimane nel cuore di quegli anni?
delle crepe del sisma, del colera
del niño dei naufragi, della nera,
soffocante marsina di Neruda?
Quanto del vento, quanto della nuda
pietrificata alcova di Isla Negra?
delle brusche uniformi, della sera
degli aquiloni di settembre? Forse
tutto rimarrà in te, forse per sempre
ti vestirai di gusci di conchiglie,
premerai il broncio sulle meraviglie
dei silenzi oceanici, del suono
dell’organillo. Forse anche tuo figlio
avrà il segno del puma sulla guancia
e il naso ripido come una lancia
cesellata nel cuore dei copihue,
porgerà al sole la sua cicatrice
di granturco reciso, col sorriso
nato dalla voragine dei condor,
con occhiaie abissali, con il mondo
ossificato sulla fronte scura.
Vedrà in sonno il fragore, la paura
del geografico bosco dei ricordi,
o forse danzerà con i risorti
cavalieri plebei delle ramadas,
sgambettando alla luna, rovesciandola
contro una casa.

 
     
     
  Cristina Sparagana