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  IL CIGNO

Si lev˛ il cigno. La sua gola d’aria
trafelata da un ciclo di bandiere
versicolori e minime era come
la ciminiera di un veliero in festa
ritto su fuochi artificiali e attorno
angeli d’uniforme verde mare
rovesciavano birra sui bagliori
del suo sguardo di cieca temperanza.
La perfezione s’incrinava al nodo
dei suoi lenti rovesci pettorali,
ne incolonnava il sangue itinerante,
il navigare contro cielo ed era
luniscente palazzo di dolore.

Il cigno spense la sua sigaretta,
centr˛ la nitida circonferenza
del groviglio d’immagini sfumate
impennandosi al nulla, vide l’ala
della sua vana immensitÓ disporsi
a capofitto sulla terra, pianse
l’azzurra assenza infinitesimale,
la memoria profonda, la piumata
scomposizione della superficie.

L’urlo dei galli della mezzanotte
s’affossavano al sonno, lo volgevano
al labirinto della sospensione,
e il suo cuore irrisolto diede asilo
a uno sciame dirotto di coltelli
esilaranti come le cicale
che s’aggrondano al sole della morte.
Il cigno tracci˛ in acqua, egra, scarlatta,
la parola suicidio e fu l’istante
che il fortunale rovin˛ in ginocchio
trasudando papaveri spezzati.

Ma se avesse cercato di morire
l’alba l’avrebbe riportato in vita
come l’onda sospinge sulla costa
un relitto negato alla deriva.
Il suo sguardo spazi˛ verso la sabbia
dove il il silenzio s’era inalberato
sulla curva di luce di un capello
rotto dal breve passo degli assenti,
la punta in su come un sorriso oscuro
reciso al vertice ingiallito, nero.
A quale sangue s’era radicato
quando oscillava sulla fronte, e come
s’era saputo mescolare agli altri,
formicaio di tiepidi bemolle
ventilato e carnivoro, danzando
sul boccaporto platinato, lieve
come l’alluce vuoto di una donna?

Lento si schiuse il fiore dell’insonnia,
balen˛ sulle rughe appassionate,
sulla canizie delle pietre, e tutto
buiorimase in bilico sul pianto, e il
poco per volta si mut˛ in giardino.
Ogni foglia porgeva un palmo d’aria
chiromantico e nudo, trasversale
e sbadigliava un lupo contro il faro,
inferocito dalla lontananza.

Vide il cigno l’occhiaia del suo corpo
dilungarsi a caratteri di fuoco
nel segno fragile della speranza.
Vide il lago sfociare capovolto
in una lacrima senza confini
e le piume slacciarsi alla criniera
del suo teschio di nuvole e e di spine.
Pens˛ che quando lei gli avesse chiesto
“Mi vuoi? Mi vuoi?” e lui avesse risposto
con un no torbido come una fossa
avrebbe visto spegnersi sul mare
l’occhio tenace di una stella morta.

E pens˛ di violare quella stella
per spillarne le palpebre di gelo
col serramanico del suo rimpianto,
che le galasse avrebbero indossato
umidi cenci di cordoglio, e i pesci
e gli uccelli sbrinati dal pensiero
del mondo in lutto, avrebbero intonato
un lacrimosa rosso di tramonto.
Cosý il suo canto crebbe universale
come una raffica di sedativi
dissepolti al brusio della preistoria.
Fu colonna di suoni e di languore,
impietrato rimorso, remissione.
 
     
  Cristina Sparagana