autori Poeti contemporanei

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I CIPRESSI  DEL MAUSOLEO DI AUGUSTO
Sul foglio d’oro del tramonto, noi
inalterati punti esclamativi 
fra le virgole paniche dei tordi,
sulle fronti dei morti, sulle mani
delle regine insonnolite, noi,
puberali, immoti, mastodonti-
ci famuli del cordoglio, siderali
frecce lanciate verso il cielo, al coro
ingobbito del pianto,
noi che culliamo il batticuore affranto
del battaglio di piombo di San Rocco,
sudditi di noi stessi, solitari
spettri di Piazza Augusto Imperatore,
furibondi liberti del silenzio,
noi, cipressi alti e stretti, irte parole
sussurrate da gole verde scuro,
noi, i pietosi fanciulli di quel muro
perfettibile, tragico, rotondo
come un oh di dolore, come il mondo
prima di Galileo, solerti, magici
come i tre Magi incolonnati, come
l’ovulo chiuso di Maria, i dirotti
passi dei penitenti, noi, i virenti
patriarchi del sonno, girotondo
di criniere lunari lungamente
addestrate al corrotto, resistiamo
alle sirene della morte, ai dolci
sguardi di un dio pietoso, noi, furioso 
tentacolare circo della quiete.
Umile e di profilo  ci si volge
la Morte, virtuosa e onesta
donna dai ventosi
ciuffi di cenere,
a noi che non chiediamo sembra chiedere
di non chiedere nulla, la fanciulla
dai biondi calendari di narcisi,
inginocchiata nei remoti chiostri
della suburra desolata, casto
peccato dell’aver vissuto
alla luce del Verbo delle Driadi.
Il Nilo reca i gatti alle sorgenti
come soli tigrati, dai silenti
piedi di rosmarino, reca i lenti
passi di tango dei defunti, e il buio
gioco di salamandra delle croci.
Controfiume risuonano le voci
bianche della piramide di Cestio,
angeli chini nell’eterno gesto
di falena violata. Noi che indocili
la passiamo sull’orlo ventilato
della fiamma dei ceri, che forieri
di sciagura leghiamo gli annegati
ai velieri acattolici, da sempre
inusitati al coro delle preci,
coronati di passeri, cortesi
cavalieri di tufo sotto il cupo
benedicente gesto delle spade,
rifuggiamo dai vivi, dalle strade
della metropoli.
L’occidente, l’occaso, l’occitanico
suono di cetra delle ore, i cori
delle donne dell’Angelus, le nuove
Giulie, prole malsana dei pontefici,
le zanzare malariche, le chiese
dagli altari muschiosi, dai profondi
sacri relitti d’oltremare, i topi
sulle gole di gesso trivellate
dai sacrifici.
Tutto ignoriamo, tutto
calciamo via con mutile radici
come puledri alati alle pendici
dei sentieri del Limbo, con un bimbo
a cavalcioni su di noi, rapito
dal suo innocente dondolio di colpe,
noi, le dita silvestri della Morte
del Paradiso. 
 
     
     
  Cristina Sparagana