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DRUSILLA AL SUO GAIO

Quante volte, mio amico, mio nemico,
genitale fratello di pensieri,
amante forse, denigrato amante,
dirotta lacrima di Casanova,
florilegio inguinale, confidente,
coito di fragili campane,
Morte
bianca di nardo, di narciso,
cadenza pelvica del sole, riso
saturnino di tragiche colombe,
quante volte, rispondi, quante volte
hai sfiorato l’abisso del mio sangue,
la vulnerabile motilità
del mio seno, il mio plesso, le mie unghie,
quante volte hai posato nelle lunghe
melodie tachifreniche del giorno,
quante volte hai negato il tuo ritorno
al mio sesso diviso?

Amico, mio nemico, amico, amico, mio
complice di gene, fior d’incesto
crisalide, farfalla,
casto vaso di sperma,
anima blandula,
rondine d’onanismo delicato,
zefiro funebre d’amplesso, prato
di sgualdrine sfiorite,
di commiato,
quante volte hai ripreso il tuo peccato
dalle mie labbra?

Amco, mio nemico, amico, amico,
buia stelle d’oriente, lungamente
celebrata nel lutto, modulata
come in un dixieland sommesso
e adesso
bruscamente taciuta. Astro interrotto,
fragile luna mutila, mancino
gesto dell’alba.
Secolarmente desolato, franto,
circonciso dai palpiti templari
della tua ardente avversità, perverso
cavaliere di Mab,
nulla, silenzio,
il tuo scroto è un altare di convulse
ombre di pianto,
l’accigliato galoppo dei tuoi fianchi
ha il fragore dell’urlo del bambino
stralunato dal nascere, il respiro
delle piccole barche naufragate
nell’aspersorio. Tu sei l’uomo, l’uomo
del pavore, dell’odio, del lamento,
della frigidità, dello sgomento,
della pietra,
del cuoio,
della pelle.
Sei la trepida danza delle stelle
sulla colonna vertebrale, il mare.
E sei la donna,
sei la donna sola
con il suo valzer mestruale, il tempo
ciclico del dolore, della vita.
Sei la piccola donna intirizzita
nel suo climax,
la vergine, il cilicio
dell’affranta libido.

Sei la vita.

 
     
     
  Cristina Sparagana