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Poeti contemporanei


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Ecuba

L’urlo dei cani è il mio cordoglio. Sempre.
Misterioso, solenne. Notte e giorno
desolazione e raccapriccio. Sole
tramontato su boschi di caviglie.
E i cani intorno. I cani intorno. Cani
musicali e meccanici. Dovunque
lacci di morti e screpolati scudi.
Archi sotto le palpebre. Remoto
variegare di foglie e di bambini.

L’altalena del buio ci sorvola
irraggiungibile e silvestre, code
di canapa e di lutto. Luce.
Luce nel buio. Lunghe variazioni
sul tema cupo del silenzio. E scempio.
Scempio di mani. Greve. Terminale.
Ebete e piano. Gonfio di sorrisi
e di gufi sospesi sulle case
e sulla carne inginocchiata. Come
è sgorgato il sangue, da che fiori
ha vibrato sui sassi, su che rami
ha zampillato in lacrime e cancrena?

Oh scossa, scossa dell’anzianità!
Sisma di tenebra dei sessant’anni!
Doloroso sussulto. Utero scuro.
Candela trepida del pianto! Sì,
che ogni figlio adesso, sotto il cuore
è un infante di polvere e di schegge,
una statua composta sulle vene
e sul tumulto.

Ci venne incontro il sangue. D’improvviso.
Come un lembo di mare sulla terra.
Indietreggiammo sbigottiti. L’onda
s’inalberava sulle nostre teste.
Annientava i colori. Li colmava
di una carnosa oscurità. Pareva
vacillare sull’occhio dei boccioli.
Era il nulla più denso e più vivace
che avesse mai vibrato al nostro viso,
un letargo di morsi e di macerie
disabitato e tumescente. Sordo.
Strepitoso e insondabile. Presente.
Eppure assente nel suo carosello
di riflessi di chiocciola appassita.
Luce percossa dall’oscurità
e dall’orrida frana dei tessuti.

Prima cinse le torri, e il vento greve
si mescolò ai capelli delle madri
che cullavano nuvole e parevano
precipitare sull’abisso chiaro
di remoto colostro.
Spille da balia luccicanti, fisse
all’oro funebre dei morti. Poi
formò cavallini furibondi
sulle ginocchia dei bambini, e il primo
cane crollò, si logorò il secondo,
e di cera amaranto, infine, il terzo,
ondeggiò come lugubre candela.

E retrocesse la virilità
e fu donna ogni cosa.

Sì, fu donna ogni cosa: sassi, mura,
panni e bitume, rovi, alti gambali,
lance e spole, cimieri, porte, numi.
Fra ginestre di bolle rosso fuoco
il giardino del sangue si torceva
come una partoriente o una bambina
di pudore e d’insulto.

I telai acuminati, le carogne
che indossavano l’abito nuziale,
le nutrici dal fremito di gazza
nello sghimbescio dei bagliori neri,
i cavalli, le vergini, i pietosi
dèi coronati d’ulcera lucente.

Tuono del color rosso. Tuono immenso
del sole saturo di vino. Tuono
di un occaso di fragole e di morte.
Mai una rosa ebbi in dono così forte
di fragranza e di torbida rugiada.
Tutto era rosso e donna. Donna e morte.
Svaniti i calici e gli uccelli. L’ombra
traboccava scarlatta dalle mani..
Ah, l’odore, l’odore delle rose
come si fece e si disfece. L’aria
era nube e feticcio. Calpestavo
solchi di cenere e narici tese
all’olezzo terribile. Guadavo
fiumi di petali narcotizzati
dal profumo feroce della fine.

Ecco, la cenere, la gigantesca
lacrima delle selve e dei camini
venne a noi deformata, trascinando
spille e bottoni, lacci di gambali.
Desolata e proterva svolazzava
sui cinquanta fermagli del mio seno,
fatta maschio di polvere. La cenere.
Dopo il sangue, la cenere. E dov’era
il dio del dio, dov’era il dio sereno
che la sparge commosso sulle tempie?

Fatevi parche e casalinghe, madri!
Ecco l’ora del lutto e dell’igiene!
Vi torca il sesso la purezza. Tutto
si monderà contro il fruscio del nulla.

Divinità meschina, quanto tempo
impiegasti a distendere il tuo velo
sulle canizie dei lebbrosi? Avevo
secoli ai piedi, lustri come scarpe,
secoli ai lobi, secoli alle dita.
Secoli come pietre luccicanti.
Ero cane e gioiello e disegnavo
fiocchi di fuso sulle guance rosse
dei miei freschi bambini insonnoliti.

Come saprà chi non l’ha mai provata
la sensazione di non più vedere
una sagoma singola, la forma
dell’individuo?
Folla con mani e piedi. Folla eretta.
Connotati composti nella folla.
Scomposizione ed unità. Clamore.
Schiera in foggia di uomo senza naso.
Eccezione e groviglio. Moltitudine.
Pluralità decapitata. Grido
singolare e presente. Collettivo,
eccezionale nella dispersione.
Infinità dell’uno, dell’assente
e del presente, vago, relativo
passo crescente della folla. Schiera.
Che nel buio la schiera luccicava
d’occhi celesti e zigomi d’inferno.
Ci si porgeva nell’ubiquità
del suo ovale invisibile, eppur teso
come vano pupazzo.

Poi la folla s’eresse sulle zampe,
sventrò una nuvola di bronzo e venne
al legno fragile dei morti. Lunga
lacrimosa criniera, occhio rotondo,
immensità conchiusa nella forma.

Annichilito alla sorgente, fitto
ma crescente di lunare paralisi, nel flusso
del moto e l’estasi, dell’incompiuto
controverso nitrito, negazione
e colosso d’assenso, rogo immenso
di funeraria dinamicità
e divelto galoppo.

Aveva il cranio pieno d’alba, e stelle
gli sorgevano in punta di sorriso,
tèndine e musica di morte, pacco
di sonori presagi,
divaricò la sua sembianza, sacro.

Nulla e sostanza avevano plasmato
la sua magica antitesi di carne,
alberi uccisi nel suo ventre come
inespressi fanciulli.
Radicato nel peso e nell’inerzia,
calpestava il tremendo piedistallo
dove il cielo veniva a frantumarsi
in un torbido specchio di sciagura.

L’epiciclo degli astri si annientava,
si faceva compasso terminale,
il vento lieve si fissava al piombo
dei tenaci precordi.
Dura pupilla fitta di farfalle
e di mosche d’acciaio,
corse immobile a noi, privo di vetta
solidamente s’impennò, si tenne
in equilibrio furibondo, corse
con ali mozze al vertice del sangue.

Ci raggiunse la voce. I cani. I cani.
Chini sul letto scivoloso, tutti
si mutarono in diapason. Le mosche
e le croste e la polvere nell’occhio
si sgretolarono, si ricomposero
in penoso solfeggio.
Tracce di note lugubri, d’immonda
sonorità e vibrante migrazione.
Tutto fiorì: la gola e il crisantemo,
il violino e le frasche.
M’inginocchiai con loro, modulai
la litania plutonica, l’estrema
cicatrice di croma dei defunti.
Noi, la coscia divelta e la canzone,
sedimento celeste delle fogne,
spazzatura di cetra e di dolore,
il contrappunto, l’armonia, la stecca
disarmonica e breve del respiro,
lingue ingiallite nell’oscurità
di feroci sepolcri.

Ci raggiunse la voce, la zanzara
inarrestabile del sentimento,
la tarantola chiara dei bambini,
il pietoso lamento.
Corpi privi di labbra e di pupilla,
ma snodati alla croce dell’udito,
si facevano vento di clamore,
si trascinavano alla forca nera
della vocalità senza confini.
Case in forma di sudici violini
sbriciolate in maceria e partitura.

Quante rose sgorgate dal tamburo
può contenere il seno di una madre?
Profondo il cuore, limpida la voce,
si fa squillo e faretra sui guanciali
lacerati dal sonno. Noi, la lunga
torre di stracci e fragili canzoni
orientata sull’occhio del tramonto,
apice chino sulla breve assenza
tesa in forma di bimbo e nudità,
sommo fusto di latte, noi, la sposa
inalterabile della mancanza
e del piccolo sangue intirizzito,
congiungemmo la tenebra alla voce
e lentamente ci volgemmo in lupo.

Mescolata nel branco dei sospiri
divorammo i cadaveri, accorremmo
al fischio e all’ordine del lutto. Scura.
La ferocia, lo sputo e lo sgomento
subentrarono rapidi all’amore.

Un urlo. Un urlo. Un urlo. Un urlo. Un urlo
Unica donna, unica madre, un uno,
una cifra spezzata, un universo,
ultimo ucciso fra gli uccisi, io, l’uni-
taria, unigenita unità, l’urgenza,
dell’unione, l’ustione, la passione,
l’ugola franta, la perseveranza,
l’universale, univoco organismo,
l’usignolo recluso, l’usitato
uragano dell’utero e del cuore,
dagli uccisi recisa, dagli uccisi
uccisa, uccisa, uccisa, uccisa, uccisa,
dagli umiliati e dagli uccisi, unita
all’umana, inumana umiliazione.
Umiliata dagli ultimi, spezzata
nell’ululato e nella povertà,
nel lungo lutto, nell’usurpazione.
Upupa senza sguardo, senza luce,
ulcerata memoria, ultimo ulivo,
unisono di nudo e d’indecenza,
urtando, urlando contro i corpi, i lumi,
le numerate salme dei bambini.


 

 

 Cristina Sparagana