autori Poeti contemporanei

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  FESTA
(morte di Saddan Hussein, dicembre-gennaio 2006/2007)

Dal buio sgorgò un flutto d’affilati
campanelli d’argento,
un estuario di lacrime, un ronzare
di nani e folgori, cappucci rossi
come chiazze di sangue. Mezzanotte
ci scoppiò tra le mani: rivoltella
per errore ancor carica di morte.

E fu allora che, tacco contro tacco,
la maceria calò su ciò che in piazza
squillava a vita, mentre si scavava
una fossa profonda con palette
e secchielli di porpora. E fu allora

che fra i cristalli screpolati e il labbro
si rapprese una goccia di saliva
dove la luna, sconfinato mento,
tremolò un solo istante. Lunghi passi,
un altolà, un garofano d’orrore
all’occhiello di Cristo, la sutura,
la corda, il picchio, l’esile silenzio,
l’ammutolito flauto del sospiro,
poi l’immobile crack della preghiera
come un corvo sul dosso della gola
e il pugno s’apre sulla nube e il sole
retrocede fra stella e cicatrice.

Sulla piazza beccheggia un guancia a guancia
di minuscoli morsi, le signore
con la gonna a brandelli. Eccolo. Avanza,
mani tese al patibolo, vagando
come dama frusciante sull’ardesia,
l’alluce sulla tenebra, tacendo,
grumo o ventaglio, teschio d’altalena,
bocca scucita in obolo e bottone,
lui, l’estenuato, il lungo, l’arrossato
punto interrogativo che nell’arco
del sopracciglio in bilico sorvola
i suoi medesimi talloni obesi
nelle asfittiche suole, l’ampio bosco
della stringa e dei rami di sambuco.

Un aggrondarsi verticale, un’ombra
di colletto slacciato e, sul suo trono,
il gran Nulla violaceo che brandisce
uno scettro d’allodole sfiorite.

Oh, come stride l’orlo del bicchiere,
come la gonna rovesciata geme
in perpetua risacca. Come i fuochi
balzano ai piedi, frugano i calcagni
in sfavillante apocalisse, e il mondo,
crepapelle terribile, si torce
nella sua cinghia troppo stretta. Ed ecco.

Ecco. Avanza. Poi cede. Già recline.
Alto pigiama. Nuvola di sonno.
Nembo e scorsoio, trepida pianella
dalla punta ricurva. E all’imbrunire
la sua faccia è una bolla di sapone
stropicciata dal dito di un bambino,
un puff di cipria, un grano di sudore.

Giace come se fosse ricomposto
in un letto di scarpe, col guanciale
sul terribile broncio, sull’ingiuria
dell’infantile serietà, conchiuso
in sepolcro di strappo e segatura.

 
     
  Cristina Sparagana