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VI FU UN GIORNO

Vi fu un giorno in cui il cardo prese fuoco
al bulbo chiaro dei rondoni. Un giorno
in cui il lieve sepolcro palpitò
come la mano di una madre chiusa
su nervoso tramonto. Vi fu un giorno.
Un’alba verde di balene, un giorno
di segugi solcati da sorriso
e da furente incrinatura, un giorno
in cui l’esile filo verticale
azzurrava l’abisso della culla
penzolando fra brevi mezzi toni
e arlecchini paonazzi, quando infine
lentamente, nel sangue si compose
il tuo fragile stasimo di sabbia
e il coltello di Dio ti punse gli occhi
e il tuo cuore d’arcangelo sputò
sulla penna più gelida, piombò
nell’incavo del tendine e poi, cieco,
come piccola fiera si staccò,
si spiccò dalla forca delicata
del cordone di porpora. Ed allora
si annebbiarono i crotali, lo specchio
risucchiò le tue guance, la guerriera
sfida alla piccola corona. L’oro
seppellì l’albicocca.
Poi il terremoto t’evocò piangendo
in stremata farandola
e t’incise nel legno delle nozze.
Un giorno. Un giorno, mentre la bufera
rimpiccioliva contro il segnavento e, dura,
la lamiera balzava verso il sole.

Il tuo ciuffo di volpe sventolò,
lampeggiò sullo stame di colostro.
E fu allora. Fu allora che la creta
essiccò nella bocca del Signore
e lentamente folgorò la donna.
Lucciola e femore nel buio. Grido
d’usignolo invisibile.
Un giocattolo fisso nella testa,
una bambola a carica, una sedia,
lo spruzzo e l’albero snudato, il grido
nuovamente conchiuso, la precisa
vacuità delle vene, l’estenuante
volteggiare dell’ovulo, la stella
che s’accigliò cupa fra gli occhi, il vuoto
della tua solida radice, e infine
l’esausto, tenue pigolio del tempo.

 

 

 

 

 

 Cristina Sparagana