autori Poeti contemporanei

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STORIA DELL’IMPICCATO

Fu il tamburo a franare sullo scanno
adeguandosi al tonfo delle vele.
La mia camicia era un gabbiano bianco
divaricato dalle ondulazioni,
la cravatta lo scempio di un libeccio
di locuste letargiche, divisa
in due code di martora purpurea.
Come un urlo d’uccelli mi sorprese
la fisarmonica del sangue e il lieve
retrocedere al buio della gola.
Io sono il pendolo snudato al cielo
dell’abisso frugale delle suole,
il cavallo di piombo, l’altalena
numinosa ed elastica del male.
 
Ma all’alba ero un affresco di tessuti,
un guardaroba di tasselli vivi,
i bottoni, le tasche, l’uretere,
l’operoso apparato digerente,
percorrevo gli specchi inalterati
della mia disseccata gravità.
Poi una piccola bocca ha cominciato
a divorarmi il fondo delle scarpe
e l’equilibrio è stato cancellato
come Dio dalla fronte di un credente
e i piedi hanno slittato sulle alghe,
son divenuti pesci, migrazione.

Un pugno d’aria mi ha sfondato il petto:
eccolo consegnato alla marea
boccheggiante e risibile, la vena
affiorava ghignando fra i detriti.
Un virtuosismo, l’agile sgambetto
che munì d’ali bianche la caviglie,
e l’istante più torbido fu quando
l’orrido abisso diventò una culla
e mi prese sul grembo, desolato
singolare e cencioso, quasi come
la madonna col corpo di suo figlio.

Poi venne il laccio e cominciò a incrinare
l’orizzontalità, l’ombra e il riposo.
La mia statura torreggiò assonnata,
il plenilunio mi sbiancò i capelli
e obliquamente scalpitai, mi fransi
nel dormiveglia delle cicatrici.
V’era un cinto di zeri che fregiava
lo strabismo scosceso del colletto
ed io danzavo simile a una fava
sospesa all’albero dello sgomento.

Non avevo compreso che il mio corpo
fioccava al sole come una bandiera,
che un segnavento di galletti morti
mi legava la nuca al campanile,
ma che i talloni rotti come stracci
brancolassero privi di radice
me lo diceva la folata nera
che sbozzava la lamina di crine.

Quando volli gridare era già tardi:
avevo il fiato pieno di campane
e la lingua incollata alle pareti
di un sagrato divelto dagli spari.

Al mio fianco oscillavano i braccioli
di una sedia di legno fulminata
dal voltaggio del sole e delle spighe
ed io, l’uomo dei passeri, destato
nell’applauso di paglia dei calzoni,
con l’orologio a forma di pupilla,
divaricavo alla denigrazione
la stampella dirotta dello sterno.
E chi vi avrebbe appeso un solo cencio,
una croce, una vertebra, un cappello?

Ero lo sfiatatoio dell’immenso
organismo lunare del pavore,
la collana degli atomi, la lira
lacerata da un’onda terminale.
Cumulo d’esattezza, perfezione
di galoppo sboccato dalla fune,
m’allungavo terribile, compiuto
dall’occhio all’alluce, dal moto al nume.

 
     
  Cristina Sparagana