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| in un sol
verso ripetuto, mozzo, filastrocca di carne, articolata, che i contorni serbava quasi umani, cāmice di stridore, gambe, braccia, cuore sbeccato, passero senzali, cozzai nel rosso dellinferno, toro divenni stupido e feroce sputacchiando le sillabe, figgendo la mia faccia di corno sulla luna. Mi punzecchiarono chiassosi, i piedi sprofondati in pantofole di gelo furono culla del mio scivolone nella tenebra sciatta del sorriso cupo e bellissimo, mai condiviso da chi me lo nettō con tanta pičta. Spinto, sė spinto, messo a cavalcioni di un cavallino, di un bidč, di un buco, mamme su mamme fecero la cova sul mio spirito a dondolo, sul bruco della mia nuditā, sullimpastato ghigno che volse il duolo in smorfia nova. Chi conobbe il ghiacciaio che le rupi delle cosce scoscende sotto il sole? Ohi, noi, noi, noi, noi, noi, le senza-proda luminose et dulcissimae, beatici, le genitrici suspirose e pie. Guardaci ben. Ben sa, ben sa chi goda del nostro letto insonne, come bruci lo gelo quando geme sotto il sole e frigge e stride e scricchiola e non schioda rimanendosi al pube ancor ristretto che non vč chi ne stemperi il candore immacolato e mutilo, giacendo- si va la mater speculum iustitiae, virgo inviolata, vas spirituale premendo il piede sulla sigaretta. E lui, lempio turacciolo, al flacone |
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