autori Poeti contemporanei

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  che comprai un giorno dal moscerellaro.
Un cartoccio di mosche e di fusaie.
Moscia, moscia, oh fusaglia dolce, mosce
per due giuli mi diede, il lestofante.
E a me la clinica mi fece morta,
scossa di suoni e laccio e busto e sangue
quando un esile mano di metallo
bussò al mio teschio con la nocca dura
sussurrandomi sordidi sospiri
sboccacciati segreti e sante e santi,
vibrò, tremò sulla mia tempia pura,
e poi stridulo e gracchio e rozzo e truce
tempestandomi il timpano di tuoni,
la parola, l’insulto, la parola
come becco d’immenso pappagallo
affibbiato al mio orecchio con la spilla,
io fatta trespolo di note ed era
un cavatappi, un cacciavite, un picchio,
un mecco, un gobbo cor fischietto ar culo.
Miserere di noi che siamo pere
appese all’albero del lungo chiasso.
Io fui il padre degenere che a sera
colse la figlia ignuda nel suo letto.
Il Sonno e l’Eros, demoni che neri
giocano all’empio gioco della corda
lacerando le tenebre e la bocca,
e i cenci sporchi, i cenci sporchi, e allora
sguscio gridando dal sudore: un sogno!
un sogno! Oh voi, mia figlia non si tocca!
e me la stringo al petto in dolce morsa
tramutando il delirio in sicurezza.
Io fui padre e coltello e padre e scempio,
muscolo e freccia, sangue, svestizione.
La bufera infernal che mai non resta
colse nostro Signor nella rovina.
 

 

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