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un giorno dal moscerellaro. Un cartoccio di mosche e di fusaie. Moscia, moscia, oh fusaglia dolce, mosce per due giuli mi diede, il lestofante. E a me la clinica mi fece morta, scossa di suoni e laccio e busto e sangue quando un esile mano di metallo bussò al mio teschio con la nocca dura sussurrandomi sordidi sospiri sboccacciati segreti e sante e santi, vibrò, tremò sulla mia tempia pura, e poi stridulo e gracchio e rozzo e truce tempestandomi il timpano di tuoni, la parola, linsulto, la parola come becco dimmenso pappagallo affibbiato al mio orecchio con la spilla, io fatta trespolo di note ed era un cavatappi, un cacciavite, un picchio, un mecco, un gobbo cor fischietto ar culo. Miserere di noi che siamo pere appese allalbero del lungo chiasso. Io fui il padre degenere che a sera colse la figlia ignuda nel suo letto. Il Sonno e lEros, demoni che neri giocano allempio gioco della corda lacerando le tenebre e la bocca, e i cenci sporchi, i cenci sporchi, e allora sguscio gridando dal sudore: un sogno! un sogno! Oh voi, mia figlia non si tocca! e me la stringo al petto in dolce morsa tramutando il delirio in sicurezza. Io fui padre e coltello e padre e scempio, muscolo e freccia, sangue, svestizione. La bufera infernal che mai non resta colse nostro Signor nella rovina. |
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