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| Buona
notte, pronuncio il tuo silenzio dondolando fra balia e precipizio. Gatto siamo dardesia, siamo abisso, ossa di tegole e galletti al vento. Il piano, il piano, il pianoforte-forte da quella camera veniva, sordo, dentellante, dentato, alto, discorde derisorio e dolente: lerto morso del do-re-mi-re-do del dente-dente trapanato dal dubbio del rimorso. E lui che chino sulla sua tastiera rigida pallida dentatata stridula, osso squillante, scheggia bianco-nera, dilaniava il silenzio che ne stride. Ecco: noi due da tanto tanto tanto coniugate pedine dò-vè-và-mo rotolare vincenti rantolando col do-re-mi-re-do del forte-piano, e dando-lun con laltro- ci battute e dure dure dure parolette di discordia, di insidia, di do diesis. E adesso lui sì-sì, da sempre, sempre attaccato a quel piano, verso sera, chiuso dolore nella stanza stando chino sulla den- den- den- den- dentiera, da tanto ormai, da tanto tanto tanto valzer di trapano e di derisione, mezzo pigiama e mezzo gong si piega din-din-din-din-dinnanzi ai miei dolori tace tenace e tasta e tasta e tace la tastiera di Tan-ta-lo la nero- bianca tastiera della sua distanza e lo stesso dito diamantino, sordo den-tellante e dinamico maddita con stridente rintocco-tocco tocco, scovolino di timpano, ferita ed io che orrend-da-men-te fatta lira |
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