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  MONGOLFIERA NOTTURNA

La mongolfiera, l'ombra macrocefala
che ci balza alla fronte dall'immoto
come un viso ipertrofico di bimbo
d'occhi sgranati e singolari; il vuoto
s'enfia di sole vacillando, freme
divincolandosi dal buio, e il parco
si snatura in un lampo di dolcezza,
porge cavalli luminosi, s'apre
al chiarore della selva oscura.

Girotondo chiassoso di metano
e di piccoli pazzi risanati
incagliati a una luna atemporale,
rapido sabba di fanciulli, pini
e abeti risorti dal pavore
di contenuta attesa dell'eclisse.

Memoria sferica e sterrata,
grido d'ariosa circolaritā,
compressione di tendini e di fili,
sordo galoppo nella mano,
tregua, fluttuante riposo.

Aquile d'aria frangono i suoi cavi
voluttuosi e purissimi, planando
ne dileguano magiche il diametro.
E senza frullo l'alta calamita
s'intirizzisce al vento che la nega,
ne fa vulva d'ossigeno, l'attira
verso la torrida staticitā
del suo grande polmone pellegrino.

Chiusa risale il cielo, sonnolento,
spropositato calabrone, teso
sulla punta di un filo tropicale,
nell'immota dinamica di un volo
atteggiato alla tregua. Sfonda il nodo
palpitante e desertico del buio,
si protende alla notte, singhiozzando
sull'attenti flemmatico e gentile
di un soldato di piombo, si fa bile
d'aria calda e magnetica. S'immerge
nell'arcano dei sogni, coglie il mondo
nel suo ventre di marmo variegato,
deglutisce farfalle, si dilunga
in un gergo di sputi e di colori;
inalterata vacuitā, ci fissa
come un angelo obeso, col sorriso
di una donna cannone verderosa
che ci trascina all'isola incantata
di un peterpanico non c'č, cortese
e severa nel gesto, controvento,
pietrificandosi alla notte, ai cani,
alle insidie del vento.
 
     
  Cristina Sparagana