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Poeti contemporanei


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LA MORTE

In principio era il tempo. L’ala chiara,
il ventaglio del cuore dipanato
sulla terra e sul letto.
Era il bacio dischiuso sulla fronte
come fiore di porpora, la nuda
carne dell’uomo e del suo passo, l’olmo
e la digestione, l’equilibrio
del preciso rossore delle vene.

Poi la bufera frantumò gli occhiali
e le lenti di pietra,
ruppe lo specchio e mescolò al veleno
la delicata schiuma della guancia.
Un rasoio di viole punse il mento
come un’esile nocca di regina
e cigolò nell’occhio della sveglia
un galletto atterrito.

Si dissolse il mattino in fogna scura,
una sudicia palla di giornali
zampillò solida fra teschio e viso,
cadde un ramo di noce sul guanciale
oscurando la fronte e verso sera
l’orinale cerchiato di dolore
guizzò coi cigni in secco plenilunio.

Fronte su fronte, gelo contro gelo,
il ritrarsi commosso, timoroso
dall’abisso turchino della pelle,
dalla terribile costellazione
dell’ovale e del laccio,
la cicogna del lutto s’inoltrò,
selva di magico disinfettante
con un fascio di tibie sotto il becco,
scheletro alato e volo di dolore
sfiorando i mobili di telo bianco
e la polvere fitta della croce.

Vi fu un tempo in cui l’anima sgorgava
di grano in grano, di coniglio in fiore,
fuco e cuore di stormo,
trasversale e inflessibile, felice.
Priva di vento e di circolazione,
i suoi sentieri erano bianchi spaghi
tesi fra nulla e nulla, gentilezza
e cadenza del vuoto, sospensione.
Vi fu un tempo
in cui lo sguardo penetrò la cifra
dello specchio e del taglio di sapone
e l’inespresso cenno di dolore
navigava sul ciglio della spiga.

Poi nacque l’albero dell’osso e sorse
in vertigine e abisso, sprofondando
nelle mani di seppia del becchino.
Pianto e materia furono i due poli
del suo cielo diviso.
Rami fitti di tasche e di calzini,
la falce rigida era la sua radice
e il lampo chiaro della sua statura.

Ma proprio qui, dove in arioso pianto
la farfalla terribile posò
la sua polvere d’ombra sui fucili,
guscio su guscio s’affacciò la tenue
palla di sangue che mutò il subbuglio
del non-essere in essere, e la luce
rotolò docile e monitorata,
cromosomo e cintura di piacere,
giacca di pelle di serpente, cuore
dimezzato sul nudo,
tracciò in margine al calcolo lascivo
una cifra scarlatta e un viso chiuso.

La congiunzione venne al temporale
impastata d’uccelli.
Crebbe la statua in nuvole di creta,
fuoco, cancrena, seme, epidemia,
indossò lo sparato e la cintura,
la maglia tiepida, la scollatura,
il cappello e lo spacco mozzafiato.
Camminò sulle punte, tese al cielo
il suo solido gomito camuso.
Fu giocoliere, nano, ballerina,
moribondo e soldato.

Dondolando fra grafici e canzone,
fra promessa e gioiello,
due sessi avversi caddero nel cuore
indivisibili e taglienti come
galli in campo di sangue.
Malinconia li trasse all’abbandono
e squillò il desiderio nell’istante
della mela spiccata.
Quando il primo usignolo vacillò,
quando l’urna raccolse il chiaro modo
e la treccia fu bionda al davanzale,
il tarocco d’acciaio rivelò
la profonda distanza.
Tutto giacque composto e brevemente
ammutolì lo scintillio del dito
aderente all’altare.
Si spaccò il corridoio dell’amore
in due tralci d’autunno
finché l’ultima camera franò
in maceria di sguardi e serratura
e un bagno pubblico si prese il Verbo
e la costola lieve
calcinando il sospiro fra violente
mattonelle azzurrine.

Il cavaliere dell’infermità
col suo fragile trotto di lumaca
e la sua mole di desolazione
corse lungo la lacrima, sostando
sulla vetta di porpora del grido.
Flebo, lacci, catetere, preghiere
lo celebrarono, nei crisantemi
le donzelle marcirono, sul sole
batté un vento anatomico e perduto.

Un grande passero di penne chiare
si posò sul patibolo di nubi
volgendo in canto l’anima recisa.
Zampillò la materia fra le dita
e il ricordo sfiorì sul labbro chiuso.

Roma, settembre 2005




Cristina Sparagana