autori Poeti contemporanei

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LE MORTI

Le formiche che sciamano in silenzio
sui nostri fiori da cortile, nere,
sbriciolando con esili tenaglie
la cotta e il muschio, il buio che le segue,
aderenti alla ruggine del lutto
e allo sciatto compianto del lichene,
in voi, come tagliente crocifisso
polverizzato al dondolio del passo
uniforme e perpetuo, si soffermano
sui vostri cerchi densi di latrati
e di chiusi sospiri.

Lei fu prima a morire e franse il cuore
contro un muro di passeri di pietra.
Tre pulci in croce nella conversione
del suo muscolo d’erica, la luce
la sospinse nell’occhio dello zero.
A notte i grilli fecero baldoria
affilando gli archetti nella terra
che grondava dal vaso del silenzio,
le coronarono di mezzi toni
le meningi impassibili, violando
il suo piccolo sole calcinato.
E un abbaiare d’erba s’addensava
alle radici delle spoglie tese,
cani sboccati al corno funerario
d’implacabile assenza.

Poi venne un due di fede, un due radioso,
una rosa fiaccata per metà
che squittiva fra sbarre e girasoli.
Annegata alla lacrima del nulla,
quando la lancia dell’eternità
ricompose il quadrante di peluria,
un mezzo baciò l’altro, esatto, pieno
nel pallore del gambo inaridito
e l’uno tiepido fioccò silente
nell’infrangibile deposizione.

Ecco, le stelle recano marsine
comsumate da strali di terriccio.
La cornamusa mugola sul dorso
di un immenso quadrupede ferito.
Calcoliamo le fosse, visitiamo
la scacchiera di cifre bianco luna.
Il cavallo sprofonda nella duna
come in un pozzo che no desemboca.
S’inginocchia l’alfiere, frana il becco
della torre del golgota artesiano.
Vi sono uccelli che non riconoscono
il sonno docile della materia,
vi sono menti sudici di bava
che divorano il latte dell’abisso:
il prolungato grido di un bambino
è una bolla di sangue che trasuda
da una tromba d’inutili fessure.
Sandali d’osso franano nel vuoto
delle buche sterrate dai passanti,
occhi curiosi colmano lo spazio
dei crisantemi e delle violacciocche.

Si corrompe la musica, l’udito
ammutolisce come voce, il cancro
delle note fiorisce sulla pietra.
Lui, il gigante di strass, l’incandescente
solitario di bianchi capillari
beccheggiando su trampoli cenciosi
si avvicina alle sponde della luna,
vibra a ridosso delle schegge, leva
le sue solide mani da nutrice.
E’ donna, delta, lido mestruale,
culla cuccioli morti nella gonna.
Il pianto si ramifica, la notte
sale terribile fra letti d’ombra.
Qualcuno getta via la sigaretta
e il tramonto si spegne nel catrame.

 
     
  Cristina Sparagana