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LA PASSIONE E LA MORTE DI GESU’
(Vangelo apocrifo di San Matteo)

Feci un sogno sul legno della croce:
ero un uccello dalle grandi ali  
inchiodate ai due fianchi, l’una a destra
con la punta all’ingiù, l’altra a sinistra
ritta e quasi terribile, scrosciava
brodo di zucca e lacrime annacquate.
L’una gridava: “Spiccami che volo!”
L’altra gemeva: “Muoio. Muoio. Muoio.”

Io ero un fusto d’uccello, dondolavo
sul pan secco e sui gusci delle chiese,
sulle case dei morti, sugli scialli
affamati di latte, somigliavo
ad un pallone con lo spago teso
fra le dita d’un orfano, volavo
lungo una rupe di rifiuti, ero   
sulla testa di Dio, fissavo inquieto
sotto di me, le case, i cardi, i tufi.

Non avevo paura di salire,
né tanto meno di morire, avevo
il mio cupo incantesimo sugli occhi,
palpebre rotte, pelle alle giunture,
m’allontanavo col pesante grido
della quercia che sta per affondare
in zavorra di panico, scoscesa
sulle teste dei vecchi e degli scribi.

Uno diceva: “Stacca l’ala destra!”
l’altro: “Non quella! stacca la sinistra
che frulla ancora, che si torce e impreca
contro il Padre medesimo…!”
                                                Blasfemi!
Che una parte di me, fosse anche un’ala,
un moncone, uno scampolo, un ventaglio
incrostato di sangue, una porzione
del mio tutto, negandosi al pensiero
si lanciasse sul Padre, gli sbattesse
sulla fronte il suo straccio violaceo, rovesciato
come una lingua penzoloni, ed ecco
lo schernisse! O ancor peggio… Lo insultasse!
Lo-ma-le-dis-se…

Io non ero quell’ala, io non ero
né  una parte né l’altra, mi libravo
sospeso al sangue dei mie piedi, io
non conoscevo la vertigine, io stesso
ero un’ampia vertigine turchina.

Guardai giù, sulla polvere sbucavano
tre cipolle odorose, dalla gonna
bionda di volpe e fischio di fucile.
Io le chiamavo a lungo, io le invocavo.
Ma quelle tre spruzzavano atterrite
cipria e lezzo di tomba, trascinavano
una pecora morta fra le pieghe, 
si facevano piccole, più piccole,
poi l’esplosione le puntava e allora
io gridavo “Salvatevi! Salvatevi!”
Nulla! L’urlo del piombo, poi la quiete.”

L’ala sinistra non mi dava requie.
Il dolore era forte, così forte
che mi pareva quasi si staccasse
da un groviglio di vertebre, latrava.
Cosa latrava? Udivo la sua voce
mescolarsi alla mia, gemere a tratti
con frullare invisibile, agitare
il suo ascesso di stelle, dilaniare
la carne tesa con uno strattone
teso a sua volta, battere, spezzare
la cotenna e la canapa, salire…

Ed io pensavo: “Forse potrei pure
districarmi dall’ebano, volare                        
senza l’ala sinistra, quasi come
una falena mutilata.” Questo
io pensavo, ma mentre lo pensavo
già venivo succhiato verso il cielo,
ed ecco, guardo a destra, poi a sinistra,
e le mie ali sono lì, stampate
sulla crosta di sangue, rosse, vaghe
e azzurre a un tempo. Vibrano nel vuoto
fiaccando l’ombra dai cipressi, sono
sputi di polvere e di vino nuovo.

L’ala destra pregava, supplicava
che la portassi via con me, che fossi
svelto a configgerla nell’aria, nuda,
gonfia, cucita alla necrosi come
un pennacchio di tendini. Fremeva,
s’agitava sul legno, sussultava.

“Stacca dal legno la sinistra! Stacca!”
La furia, il moto di dolore, il grido
furibondo e malato e poi, ad un tratto,
riprendevo a salire, in alto, in alto…
Le tre volpi piovevano dal cielo
come tuniche appese a una finestra.
Ne avvertivo il lamento, era stridore
di denti e fogli accartocciati, un vento
di granturco e di zagara, una ruga
sulla fronte divisa, una preghiera…

Sì, dalla spalla destra, lo svelare
il peccato e la colpa con un grido
d’implorazione ripetuta, quasi
il ronzio di una mosca, fastidioso
eppur pietoso. “Male…Male… male.”

Volare via, sgusciar dalla mondezza
come da tetra sepoltura, andare
sempre più su, mischiarsi con l’ardente
rogo dell’alluce…

                             lo scroscio, il vuoto
del moncherino, l’ala tumefatta,
arrossata da palpito, estenuata,
picchia contro il mio pugno, dimenata
nel suo soprabito di piaghe, geme
sputacchiando nel calice,
vibra, si stacca dalla carne, stride
in penombra di muscolo, recide
la cartilagine assonnata, ride…
Sto per disfarmene ma lei ride, ride…
contro il velo del tempio, fra le pietre
rotte dal tuono, sui sepolcri aperti,
ride in cerca del padre, ride, ride…

In verità io vi dico, non l’udite.
Ecco, l’uccello è capofitto al suolo:
dall’ora terza fino all’ora nona,
fra le pietre che esplodono, sull’orlo
dei cimiteri abbandonati, tace
sui sepolcri di vite, con le piume
accarezzate da lagnoso grembo,
vento all’occhio del Padre, vento nero
sulla fragile volpe, vento oscuro
sugli scheletri punti dalla cetra,
vento ai fantasmi del dolore, vento
sulla verga di cenere, sul grido,
non udite, vi dico. Ecco, salivo
oltre la lacrima del nulla, credo
di esser stato così fino al mattino. 

 
     
     
  Cristina Sparagana