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Poeti contemporanei


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PRIMO VERE

Ciò che la neve seppellì a dicembre,
ora, fra rapide cornacchie in fiore,
si schiude al brivido dei morti. Quante
gonne appassite dietro i vetri
spalancati sui giunchi, quante voci
adiacenti ai pennelli rosso fuoco
dell’inquieto orologio.
Un uomo cupo s’inginocchia, stride
sulla spilla furente dell’amata:  
brace e vuoto di freccia, arco schiodato
dalla sala da gioco del silenzio.

Formano croci gli animali, sono
come volo sui tassi, come gole
reclini in apice di nudità
e di folgore gialla, come aceto -
ali che pendono da ariosi spaghi
in sonora vertigine, franando
nel banchetto del sangue appena nato,
l’urlo, scoglio alla grandine, la mano
lacerata da punte di libeccio.

Poi l’acciaio riluce sulla volpe, 
le zampogne si tendono nel vento,
un galoppo di ruggine smarrito
sotto il grido e la pelle, nella sponda
del ponente affilato contro il cuore.    

Il massacro è compiuto, la fanfara
segna il cessate del dolore, tutto
splende a nuova tortura, si dimena
sulla lacrima vaga del cipresso.

 

 

 

 

 

 Cristina Sparagana