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che ne intonava il requiem senza fine.
Ecco, pensai, il suo cenotafio è qui.
Passava un autobus, e dalle vetrine
ne intravidi la sagoma lucente
che fremeva alla luna, ma a che fine
partire adesso che non cera niente,
proprio niente da fare, e poi in che modo?
non avevo né soldi, né patente,
né bagaglio, e nel cuore sempre il chiodo
che mi diceva che ti avevo perso,
e perché non venire invece al sodo,
non confessarmi chero un introverso
senza infamia né lode e che, nel fondo,
ero al comtempo un futile e un diverso?
Lultimo autobus passò: un secondo
e si dissolse, ma era poi davvero
lultimo, o invece il primo? Certo, il mondo,
il nostro mondo, dico, quel maniero
diroccato sul mare, quel paese
dallapparenza cittadina, il vero
nostro piccolo cosmo di scoscese
spiagge liturgiche, dal fresco monte
così brullo eppur magico, di chiese
inerpicate lungo i dossi, pronte
a sgretolarsi sotterranee, acquatiche,
quasi che, in sogno, sulle luci bionde |
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