Si fa
fragile il battito alla soglia
del cortile di tenebre sorgendo
fa visione e tumulto
per quella via sin troppo calpestata
dove il gatto smarrì la sua pelliccia
in pendenza di viscere e di muco
nell’esatta estinzione che di maggio
scaldava fulmini e altalene e tutto
rovinava in mattone.
Ma lì, dove
la casa rivelava
il suo buco sterrato
c’era un esile sciame di pionieri
in agguato nel bosco.
Il calcagno era fiore e la carezza
s’impennava alla frusta e al noto grido.
Chi giaceva
riverso nel compianto
dei lunghi baci e le detonazioni,
rosso il viso e lo scempio delle labbra,
la mano al timpano e il coltello al cuore,
aveva superato a capo chino
ogni guado di lacrima, le torri
dello squillo di tromba e l’abbandono.
Gli alberi
chiusi al passo del nemico
acuminavano cadente muschio
contro il filo spinato e la farfalla
pronti allo schianto del perduto abbraccio.
E la fronte
era bocca, e il seno e il lato
ove più ardeva l’ulcera, e il vestito
e tutto, tutto, come se ogni fiato,
membro, tessuto, capillare, innesto
si mutasse in un cerchio luminoso
o in un tremulo ovale di rossetto.
Poi
la casa vibrò solida e vuota
al graffio duro del rastrello
e allora
s’interrò il cardo, croce di
baccello
in solco d’aria e mite
lontananza.