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SIPARIO

Si fa fragile il battito alla soglia
del cortile di tenebre sorgendo
fa visione e tumulto
per quella via sin troppo calpestata
dove il gatto smarrì la sua pelliccia
in pendenza di viscere e di muco
nell’esatta estinzione che di maggio
scaldava fulmini e altalene e tutto
rovinava in mattone.

Ma lì, dove la casa rivelava
il suo buco sterrato
c’era un esile sciame di pionieri
in agguato nel bosco.
Il calcagno era fiore e la carezza
s’impennava alla frusta e al noto grido.

Chi giaceva riverso nel compianto
dei lunghi baci e le detonazioni,
rosso il viso e lo scempio delle labbra,
la mano al timpano e il coltello al cuore,
aveva superato a capo chino
ogni guado di lacrima, le torri
dello squillo di tromba e l’abbandono.

Gli alberi chiusi al passo del nemico
acuminavano cadente muschio
contro il filo spinato e la farfalla
pronti allo schianto del perduto abbraccio.

E la fronte era bocca, e il seno e il lato
ove più ardeva l’ulcera, e il vestito
e tutto, tutto, come se ogni fiato,
membro, tessuto, capillare, innesto
si mutasse in un cerchio luminoso
o in un tremulo ovale di rossetto.

Poi la casa vibrò solida e vuota
al graffio duro del rastrello e allora
s’interrò il cardo, croce di baccello
in solco d’aria e mite lontananza.



 

 

 Cristina Sparagana