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SLIM

Qui
c'č un uomo,
le gambe filiformi
inarcate dal sonno.
Quattro cuscini dietro
il dorso,
volto
dagli occhi opachi.
Il letto grande
comodo
travolto
da cataratte di silenzio,
denso
di crampi insolubili
rifatto.
Fra bottiglie
di plastica,
bicchieri,
vegetazioni di abat-jour.
Intatto.
ripiegate le maniche,
i pensieri
annichiliti dal guanciale,
mani
furtive
rapide a slogare
le lenzuola,
le braccia,
le caviglie.
Qui c'č un uomo esilissimo,
una lunga
silouhette d'aria futile,
di garze,
di aranciata,
di zucchero,
di talpe
altalenanti nell'abisso,
il volto
lievemente protervo nel languore
centenario ed acerbo,
nel dolore.
Qui c'č un uomo nottambulo,
un sistema
di legamenti algebrici,
fissati
nel plenilunio delle righe,
un nero
inamidato paternoster.
C'č
un uomo
buio
fermo
diagonale,
privo
di documenti e di calzini,
serio
nella sua alteritā
grigia,
diagnostica.
Lungamente esecrabile,
esecrato,
invocato
nel sonno,
nelle tenebre,
appassito
rimpianto
deformato
dall'impronta degli occhi
della bocca
del naso cavo e del sorriso,
teso
come guaina di gesso
di una gamba,
obliquamente al capezzale,
leso
nella sua fragile maestā
conteso
fra il galletto e la nottola
compianto.
Quest'uomo
un tempo
aveva una cravatta
e la faccia composta
nel gioviale
rituale genetico,
le guance
debitamente garrule
rasate.
Abiti al posto del pigiama,
grandi
cromosomi di porpora,
al tramonto
gufi letargici negli occhi.
Ora
č un fungo emorragico
divelto
dalla sua giacca verticale,
mento
crivellato dai picchi,
monumento
all'amore degli angeli bendati.
Tu sei quell'uomo minimo,
papā,
e le tue spalle di una volta
sono
pellegrini purissimi
slabbrati
i dolci sandali e i capelli,
solo
in equilibrio sul tuo filo,
l'uomo
singolare ed asettico
conserto
torre moresca
torre saracina
casa senza finestre,
senza
porte.

Cristina Sparagana