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  L’UOMO DELLA DOMENICA

L’uomo della domenica. Il gigante
dal cappello di tuoni, il calmo
passo sui crisantemi, l’assordante
urlo del fazzoletto da taschino,
la bandiera dei morti, i morti, i morti
pallidi eroi gessati a nuovo, l’uomo,
lo sparato, il garofano, l’occhiello
fisso alle insegne dei caffè, al frastuono
dell’assenza di suoni, alla quadriglia
dolorosa dei cani, dei cortili.
L’uomo della domenica, l’insonne
violinista del tempo equinoziale,
portavoce di lutto, di bufere
silenziose e letargiche, composto
nel perpendicolare pas de deux
della sua marcia funebre, l’opossum
del sottobosco di città, la serpe
della palude algebrica.
L’uomo esatto e terribile, dal rosso
sole di cifre sulla fronte, lunghe
gambe a forma di punte di compasso.
Il maestro di musica, il colosso
luminoso e massonico che naviga
graziosamente naviga agitando
pugni furenti di zanzare, lui
sciarada malarica nel cuore,
canicolare melodia si sente
celebrare fra il sabba e l’offertorio
il miracolo eterno dei suicidi,
con la candida panama, la canna
da passeggio spezzata sui risvolti
dei suoi polsini sudici, le macchie
di caffè sulle guance, sulla gola
affilata da Babo, l’infedele,
il capitano del meriggio, sempre
a diritta, avanti tutta, giglio
d’accalmia e di bonaccia, modulata
sulla polena macabra di prora,
sui portoni invisibili, gli androni,
i campanelli delle chiavi, l’ora
dell’Arcano Maggiore, della posa.
L’uomo in nero che posa posa posa
sui guanciali dei vedovi, sul lento
tip tap delle giumente insonnolite
su lastricate infiorescenze, lui
il gallo tragico del mezzodì
col suo cocoricò dinoccolato
ritto sui tetti e le grondaie, lui
che sventaglia i suoi barbigli a onda
lucidati a salsedine e gommina
succo di pomodoro o sangue, sangue
cinematograficamente vero.
L’uomo della domemica, il nocchiero
delle canoniche volanti, nato
alle gesta dei parroci di strada,
le mani giunte sul panciotto, rada
lanugine sul volto austero.

 
     
     
  Cristina Sparagana