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Poeti contemporanei


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VOLVER

Ascolta: c’è una folla di candele
e di brevi usignoli dilaniati
alla soglia del vuoto, dove ancora
l’occhio sguscia vibrando dalla pioggia
e si fa lacrima la riga oscura
abitata dagli alberi. Dal cielo
scende l’oro del condor, quasi come
una violenta impiccagione, come
un enorme lamento atemporale
impigliato alla notte.

Il fanciullo confitto nella neve
vola a lungo nell’abito di serpe,
la testa penzola sul rame, tutto
viene al sole del parto. Poi la casa
scuote i giocattoli, dimena ansiosa
la sua ghisa di porpora, si schiude
al grondare monotono del picchio.

I defunti si spezzano, la madre     
punge il grumo di latte, nei cortili
il cane frana in forma di radice
e l’orologio sorge sulla crosta
del ciliegio più tiepido, tracciando
strisce di sangue e volti polverosi.

La parola alla rupe. La parola     
alla tana deserta, alla cucina
dove il pane germoglia, si compone
en sancto y en lirio. La parola, solo
al dolore dei corpi incustoditi,
al rossore puerile della ruga,
all’impronta del pollice, alla luce.

L’alta croce sul tumulo, l’ortica
essiccata nel nulla della zampa,
quel latrare sul labbro dei bambini
sprofondati nel legno, le bandiere
cucite ai margini del rogo, tutto
batte alla porta, tutto stride
di letto in letto, di granturco in spiga.

Ritornare è dormire un sonno cupo,
privo di rondini e di ceri, solo
il sonno distratto della terra
che sigilla nel viola i suoi sepolti. 

Ritornare è gridare nell’immoto
crisantemo spillato alla finestra
come un esile uccello, respirare,
affilare le dita sulle punte
dello specchio e del calice. Sentire
la fissione profonda della pietra,
lo slacciarsi dell’occhio sulla nube,
la cordiera del grillo, la polena
che si veste di grandine, che snuda
l’agile mano  nello iodio, cupa,
ritornata da tenebra,
nebbiosa.

I tronchi invocano la fiamma, sono
atterriti dal buio, desolati,
consegnati alla fuga dell’enorme
gatto dell’ombra e del macigno. Piange
la canzone del ghiaccio verde mare,
il bambino ha una nacchera sul viso.

Poi il letargo sommerge i mazzolini
di azucena selvatica, la luce
s’inginocchia sull’orlo del guanciale.
Rabbrividisce la penombra, sale
dalla bocca commossa, sfiora il cuore
come un gelido colpo di campana,
come un ramo di sego, come un chiaro
dondolio di lamiere, di persone.

La bambina ha una volpe nei capelli,
corre sui boschi, trema sull’arcione
della culla di giunco, nella fuga
della zazzera bionda, dell’estrema
araucaria divelta oltre il cortile.

Il pianto dondola nel grande nido
intessuto nel quarzo, la preghiera
tra palmo e palmo, lungo la candela
ritagliata da mani di corteccia
sale all’orco pagano, sbarra il passo
al segugio di tenebra, al gessetto
fatto scheggia di sangue, ai dolci cani
anneriti sul foglio, al fischio duro
della piccola aurora, della vita.

 

 

 

 

 

 Cristina Sparagana