Sulla letteratura

 

Cesare Luporini / Fu un grande «moralista» (1947)

 

La "filosofia" del Leopardi si risolve tutta, o pressoché tutta su questo terreno: egli fu un grande "moralista", apparizione molto rara nella tradizione italiana e proprio per questo non facilmente comprensibile presso di noi. Il suo pensiero nasce da una esperienza tragica, acutamente rappresentata e analizzata, e sia pure, com'è stato detto, esperienza di una "vita strozzata": ma una vita strozzata è tuttavia una vita e può divenire, anche storicamente, altamente indicativa. L'importanza di questa esperienza e della sua espressione non è quindi nella pretesa dell'universalità scientifica, ma nell'intensità e precisione che essa acquista e riesce a mantenere entro il limite che le è proprio, per cui diventa in qualche modo esemplare e tipica. L'esperienza leopardiana ha le sue radici essenzialmente nell'epoca romantica, ma tuttavia la oltrepassa per la direzione in cui si svolge, per la schiettezza e virile compostezza con cui è vissuta e fatta oggetto di riflessione, priva com'è di estetizzante compiacimento e, quasi sempre, del gusto della sofferenza e dilacerazione da cui e materiata: "coscienza infelice" che non si culla in se medesima. I termini in cui si precisa quest'esperienza sono, nel loro scomporsi e ricomporsi, legati strettamente, e i certo modo fisiologicamente, alla vicenda individuale di Leopardi; tuttavia proprio per quella particolare esemplarità e intensità, hanno un ben delineato valore storico, rappresentano in una sua sfumatura la crisi di una società e di un'epoca (onde la risonanza europea di Leopardi), talché si può dire che nell'anima moderna vi è una nota inconfondibile che è il "monumento leopardiano". E' il momento, drammaticamente sofferto, dell'isolamento del mondo interiore, nella usa incongruenza con la realtà storica e con la quotidianeità della vita.

Da Leopardi progressivo, in Filosofi vecchi e nuovi, Firenze, Sansoni, 1947, pp 186-187.